Cultura e legalità
Ne discutono con Giulia Rodano Franco La Torre e Rita Paris candidati nella Lista civica per Marino Sindaco.
Giovedì 23 maggio 2013, alle 18.30, presso la Libreria “Pagine e Caffè”
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Ne discutono con Giulia Rodano Franco La Torre e Rita Paris candidati nella Lista civica per Marino Sindaco.
Giovedì 23 maggio 2013, alle 18.30, presso la Libreria “Pagine e Caffè”
In questi giorni, mentre si svolgeva la vicenda del Pd e della sua assemblea nazionale, mi è capitato di pensare al perché, al momento della sua costituzione, avevo scelto di non aderire e di non militare nel Pd. Eppure ero e, in realtà sono rimasta, un’ulivista. Avevo partecipato con convinzione alla svolta di Occhetto e sostenuto con passione la stagione ulivista di Prodi.
Perché la fusione è stata a freddo? Eppure alle spalle c’era il reale travaglio del PCI prima e del PDS poi e c’era anche la crisi e la divisione del mondo cattolico democratico e democristiano. Alle spalle c’era anche una esperienza, sia pur complessa e discussa di governo comune. In fondo sarebbe stata possibile creare una reale contaminazione tra le esperienze della sinistra comunista, socialista, liberale e cattolica, che avevano elaborato la Costituzione e poi erano state separate dalla guerra fredda.
Questo non è avvenuto e il PD si è trasformato, come lamentano anche tanti esponenti del PD, da grande luogo di contaminazione tra diversi in terreno di giustapposizione di correnti organizzate e di lotte di apparato.
Sarebbe molto importante riflettere su questo fallimento. È importante per tutti, quelli del PD e noi che nel Pd non abbiamo creduto.
In realtà il Pd non è nato, e la sua storia recente lo dimostra, per far confluire e contaminare in una storia nuova in una politica profondamente rinnovata, la parte migliore delle tradizioni che hanno scritto la Costituzione repubblicana. Nasce invece sulla base di una analisi, tipica della prima repubblica, secondo la quale la sinistra, di qualunque fedeltà culturale e di qualunque famiglia sia, non potrebbe diventare da sola maggioranza e non sarebbe in grado di cambiare l’Italia. L’unica possibilità di governare consisterebbe dunque nella alleanza con forze centriste e moderate e quindi il cambiamento della politica e della organizzazione pubblica italiana non potrebbe cambiare.
Una conseguenza non marginale è stata la chiusura del partito nella azione istituzionale, la sua funzione nel governo, perdendo il rapporto con le necessità del cambiamento e di conseguente nella limitazione crescente degli spazi di partecipazione e di democrazia. La partecipazione alla fine si è ridotta all’esercizio delle primarie, ma solo per designare le persone.
È sulla base di questa idea, che il Pd ha perso la sua anima, la sua identità e il suo futuro. La fusione non è stata né fredda né calda. Non era proprio previsto che avvenisse. Nel PD non potevano cosí che prevalere quanti nella vecchia sinistra e nella vecchia Dc pensavano solo in termini di compromesso politico.
E in effetti, questo è accaduto: tutti quelli che vorrebbero cambiare, che si sentivano di sinistra – dalla Bindi, alla Puppato, ai prodiani, ai giovani alla Civati, ai militanti della sinistra come Cofferati, si sentono traditi.
Ma, se questo è vero, un nuovo partito democratico non è possibile se non cambia la lettura dell’Italia e l’obiettivo di fondo che ci si propone.
La crisi e la difficoltà del paese non consente più di galleggiare sulle scelte. Lavoro, pareggio di bilancio, missioni internazionali, welfare e diritti, non consentono di traccheggiare. La crescente consapevolezza dei cittadini non consente più inganni o demagogie.
Se vogliamo rilanciare, dobbiamo cercare insieme i contenuti e i modi per ricostruire il soggetto della possibile alternativa.
Contenuti alternativi, costruiti in modo nuovo. Cercare con generosità di mettere insieme tutti quelli che stanno cercando e cominciare a discutere delle scelte attraverso le primarie delle idee, grandi momenti di discussione e decisione collettiva, in cui i cittadini possano dire la loro e decidere.
Il governo Letta/Alfano rappresenta l’unica risposta possibile a uno stato di necessità, come si ripetono, rassegnati se non umiliati, tanti militanti del Pd? Oppure è il risultato della intransigenza populista di Beppe Grillo che avrebbe impedito a Bersani qualunque strada alternativa?
Il governo Letta/Alfano rappresenta l’ennesimo meno peggio da accettare turandosi il naso, magari grazie alla presenza di alcuni ministri o ministre decenti?
Se fosse vero, allora significherebbe che non c’è nulla da fare. La sinistra è destinata a coabitare con una destra berlusconiana, liberista e compromessa.
Ma non credo sia così. Se ripercorriamo le vicende degli scorsi mesi, ci accorgiamo che questo governo non è il frutto di una scelta necessitata. Anzi è il frutto di una accurata premeditazione. Non so se questa considerazione può produrre disperazione o speranza. Ma la politica è la possibilità di scegliere e vorrei poter continuare a farlo.
Proviamo a mettere in fila gli eventi:
Il PD e SEL costituiscono prima dell’estate scorsa una alleanza politica e elettorale – Italia bene comune – che nei fatti produce l’esclusione dalla alleanza di governo delle forze parlamentari che sono state all’opposizione del governo Monti. “Italia bene comune” segna così la fine della foto di Vasto.
Nella Carta d’intenti dell’alleanza è scritto: “I democratici e i progressisti s’impegnano altresì a promuovere un “patto di legislatura” con forze liberali, moderate e di Centro, d’ispirazione costituzionale ed europeista, sulla base di una responsabilità comune di fronte al passaggio storico, unico ed eccezionale, che l’Italia e l’Europa dovranno affrontare nei prossimi anni”.
“Italia Bene Comune” rappresenta di fatto l’esplicitazione della impossibilità per il Pd di sviluppare una critica reale al governo Monti e alle politiche europee di austerità.
In questo modo, però, né il Pd, né Sel riusciranno a dare risposta alla rabbia e al disagio di settori crescenti dell’elettorato di sinistra che confluisce oltre ogni previsione nel voto al movimento 5stelle.
Rivoluzione Civile di Ingroia, stretta tra la propria insufficienza, gli errori nella costruzione della proposta del movimento e la campagna sul voto utile del Pd e Sel, rimane una testimonianza residuale e ininfluente.
Berlusconi, al contrario, riesce a operare un, sia pur parziale, recupero del proprio elettorato inventando in zona Cesarini una propria opposizione al governo Monti.
Tutti i movimenti politici e sociali, dalle donne, agli studenti, ai referendum, alle lotte per il lavoro e i diritti rimangono di fatto, al di là della retorica, senza rappresentanza e senza speranza.
Il risultato lo conosciamo: “Italia Bene Comune” non conquista la maggioranza, la costruzione del centro democratico fallisce, il Pdl sembra recuperare e soprattutto il Movimento 5stelle travolge la previsione che lo colloca attorno al 20% e diventa la vera novità della politica italiana.
Lo scenario post elettorale fa esplodere l’ambiguità di “Italia bene comune”. Il fallimento di Monti rende il cosiddetto Centro del tutto ininfluente. Così, di fronte all’alternativa tra il rude cambiamento proposto dalla interlocuzione con Grillo e la ricerca di salvare lo status quo, la scelta già compiuta da grande parte del gruppo dirigente del Pd dell’allargamento al centro scivola semanticamente e concretamente nella evocazione della necessità ineludibile della grande coalizione.
A questo punto il Pd di Bersani, quello che ha promesso il governo di cambiamento avrebbe ancora un’opportunità: riconoscere di non aver vinto le elezioni, leggere la novità di un voto di sinistra confluito in un movimento di critica radicale del vecchio sistema politico e di potere e sfidare Grillo, cercando o di coinvolgerlo in una azione di cambiamento o di far emergere le sue contraddizioni interne.
L’atteggiamento intransigente di Grillo, certamente rende più agevole la strada dei moderati del Pd, ma la vicenda del governo prima e soprattutto della elezione del Presidente della Repubblica fa emergere la drammatica debolezza della maggioranza bersaniana. Incapace di interloquire realmente con Grillo, perché debole nelle proposte di cambiamento e impossibilitata a mantenere l’unità dei gruppi parlamentari anche sulla linea di alternativa a Berlusconi.
Non solo Bersani e i suoi non sono in grado di approfittare della occasione della candidatura di Rodotà, per scongelare i voti di Grillo sulla presidenza della Repubblica e poi sul governo, ma espongono il simbolo del centrosinistra alternativo alla destra, Romano Prodi, alla umiliazione della bocciatura causata dal fuoco amico dei 101 franchi tiratori.
La frittata è fatta. L’unica linea rimasta è quella delle larghe intese. Il Pd cambia la sua strategia, la sua linea politica, la sua dirigenza. La sua storica ambiguità si scioglie nella esaltazione del governo Letta come l’inizio di una nuova stagione.
Valgono a poco, per ora, i distinguo dei Fassina o della Bindi. La sinistra è sconfitta e il processo avviato con la fondazione del Pd (creare una forza che cancelli la presenza della sinistra, come la abbiamo conosciuta) è compiuto.
Non è un caso che mano mano che i giorni passano, le scelte programmatiche del governo si sovrappongano sempre di più a quelle del governo Monti, a partire dall’assunzione del DEF, elaborato e fatto approvare da Monti.
E ora che si fa? Il campo del centrosinistra è stato devastato. Cosa si candiderà, da oggi in poi, a contrastare la destra, le politiche liberiste, la progressiva riduzione e cancellazione dei diritti sociali e civili? Cosa potrà restituire speranza alla generazione senza lavoro e senza avvenire? Questa è la posta in gioco.
Dopo una lunga riflessione sono giunta alla conclusione di dover lasciare l’Italia dei Valori. Lo faccio con dispiacere, dopo aver cercato nei tre anni in cui ho militato in questa forza politica di svolgere con passione e onestà i miei compiti e i miei doveri.
Ho operato con la massima lealtà e ho cercato di difendere l’IDV anche all’interno della bufera che ha investito il partito nel Lazio.
Ho condiviso con convinzione le scelte compiute in questi tre anni, dai referendum, alla opposizione al Governo Monti, alla decisione di dar vita a Rivoluzione Civile e non sono certo tra quelli che pensano che sia in quelle scelte la ragione della drammatica sconfitta di Ingroia e dell’IDV.
Proprio l’esperienza del Lazio mi ha convinto che la causa della sconfitta dell’IDV nasce da ragioni più profonde e strutturali.
L’IDV non è stata rovinata da poche mele marce ma da un modo di essere del partito che ha consentito alle mele marce di prosperare.
La crisi deriva dal modo in cui il partito ha selezionato la classe dirigente, dalla legittimazione solo dall’alto, dalla incoerenza tra le cose che si sono dette e i tanti comportamenti nelle situazioni locali, dalla ricerca spasmodica di un consenso purchessia.
Io ho creduto che l’IDV potesse svolgere un ruolo di difesa dei temi della legalità, della battaglia contro i conflitti di interesse, della tutela dei deboli, un ruolo che lo conducesse a rappresentare i tanti cittadini scontenti del centrosinistra e desiderosi di cambiario profondamente.
Purtroppo questa funzione è stata messa in discussione e negata dalla perdita di credibilità dell’IDV e della sua dirigenza e quel voto è confluito nella protesta del movimento 5stelle.
L’IDV ha predicato bene e razzolato male. Questa è la realtà.
Per rovesciare la situazione sarebbe stato necessario,innanzitutto, rovesciare l’IDV, praticare da subito una discontinuità e una innovazione che salvasse il valore delle battaglie combattute, anche in solitudine dal partito, e dimostrasse che avevamo capito la lezione e che volevamo sinceramente metterci rimedio.
Non si è voluto comprendere la proposta avanzata da Leoluca Orlando, tesa a rinnovare il ceto politico del partito e ad allargare la base dei militanti, interloquendo con le forze migliori del M5S e del PD.
Questo era il senso della proposta delle primarie, insieme a quello, finalmente, non di scegliere un leader solitario, ma di selezionare 50 persone di un futuro organismo, un collettivo, un noi, che gestisse una fase di rinnovamento, che sarebbe stata inevitabilmente costituente.
Invece la reazione è stata quella di cavalcare la paura dello scioglimento, per chiudere ogni porta a una discussione vera.
I nuovi testi di Statuto e di regolamento congressuale, ne sono la conferma più clamorosa.
Eppure aprire una fase nuova sarebbe stato essenziale per partecipare, avendo un minimo di credibilità, al processo che sta investendo tutto l’area progressista, dal Pd a Grillo.
La sensazione crescente che ho avuto in queste settimane, così drammatiche, è stata che il Partito fosse soltanto impegnato a sopravvivere, non importa con chi, non importa come. Ma non si sopravvive se si rinuncia a tentare di svolgere un ruolo, di esercitare una sia pura piccola funzione politica.
Emblematica è stata la scelta di partecipare alle primarie del centrosinistra a Roma, ma di non prendervi parte realmente, di non scegliere, fino a diventare del tutto ininfluenti e superflui.
Non può essere indifferente se prevale Renzi o Letta o Barca, come non poteva essere indifferente se vinceva Sassoli o Marino.
Non scegliere significa decidere che l’unica cosa che conta è sopravvivere, sperando che l’alleanza con il Pd ci consenta di rimediare qualche eletto.
Non credo si possa sottovalutare quanto è successo in Friuli. L’IDV si è presentato, il Movimento 5stelle ha perso consensi, ma l’IDV non è riuscito a intercettarli, nonostante fosse alleato con il centrosinistra.
Se avessimo accettato la sfida del cambiamento, se avessimo preso sul serio, da subito, il segnale dei nostri elettori che avevano scelto Grillo, oggi forse potremmo stare dentro, avere una voce e diritto di parola nella bufera che sta investendo lo schieramento di progresso nel nostro Paese.
Invece, nell’IDV, tutto continua come prima. Le stesse regole, le stesse modalità, tutto rimane e rimarrà in mano, anche dopo il congresso, a un ristrettissimo gruppo di persone che si coopteranno a vicenda.
Non era questo lo scenario che pensavo quando ha aderito all’IDV. Pensavo di entrare in un partito che faceva del cambiamento del centrosinistra, dell’affermazione al suo interno dei valori della legalità, della “questione morale”,della trasparenza, del rigore, della lotta contro i conflitti di interesse e i poteri occulti la sua bandiera, che avrebbe contribuito a cambiare il centrosinistra e a rendere credibile l’alternativa. La natura dell’IDV non lo ha consentito e neppure la durissima lezione degli ultimi mesi sembra aver cambiato le cose.
Per queste ragioni non ritengo piu possibile rinnovare la tessera dell’IDV.
Giulia Rodano
Roma, 25 aprile 2013
Una approfondita e seria discussione non può limitarsi a prendere sbrigativamente atto della sconfitta elettorale di “Rivoluzione Civile” o delle doverose dimissioni di chi è stato o è alla testa dell’IDV .
Né ci si può lanciare in una campagna congressuale fatta con i soliti vecchi e verticistici sistemi di sempre, come se nulla fosse accaduto.
Dobbiamo, innanzitutto, ragionare sul perché della sconfitta elettorale.
E’ vero che c’è stato pochissimo tempo a disposizione, per far partire l’operazione, ma quel tempo lo abbiamo utilizzato prevalentemente per fare le liste.
Prima e durante la campagna elettorale non c’è stato, né a livello nazionale, né a livello territoriale, un solo momento per discutere collegialmente delle difficili condizioni politiche dentro cui si è sviluppata la campagna elettorale e sulle misure per farvi fronte.
Tra “voto utile” e avanzata del M5S, lo spazio politico è stato strettissimo, ma è mancata una qualunque discussione per vedere con quali messaggi politici fosse possibile allargare quello spazio.
Né mai si è valutato, insieme, su come reagire a una strategia mediatica tesa a cancellare o a deformare la presenza e il significato di “Rivoluzione Civile”.
Anche il modo di formazione delle liste dei candidati ha contribuito pesantemente alla sconfitta elettorale.
Si è fatto di tutto per far apparire l’operazione “Rivoluzione Civile” come una zattera di salvataggio per gruppi dirigenti alla ricerca affannosa di un posto in Parlamento.
Il “Porcellum”, contro cui l’IDV aveva raccolto centinaia di migliaia di firme per cancellarlo per via referendaria, è stato utilizzato accentuando al massimo i suoi difetti peggiori.
Tutte le otto componenti della Lista, attraverso il gioco delle cosiddette “triplette,” si sono preoccupate prima di ogni cosa di garantire l’elezione della loro quota di candidati, umiliando i territori, le competenze, la presenza femminile.
Per l’individuazione delle candidature, non si è fatto il minimo tentativo di attivare una qualche forma di partecipazione dei cittadini e degli iscritti ai partiti.
Nessuno ha potuto discutere, se non a cose fatte, della quota di candidati spettanti all’IDV, con buona pace dell’invio dei curricula e delle primarie on line.
E’ stata, così, incredibilmente sprecata l’intuizione dell’avvio di un progetto politico che aveva l’ambizione di aprire gli occhi al PD sui pericoli della continuità con il montismo e agli elettori del M5S sui rischi di sterilità di una posizione che rifiuta ogni idea di collegamento e di rapporto con altre forze.
Dire che abbiamo sbagliato perché non siamo andati col PD o per conto nostro fa a pugni con i dati elettorali: Donadi e il suo micro partito con il loro 0,47% sono presenti in Parlamento soltanto grazie a una legge elettorale truffa. Né meno misera è stata la performance della Lista IDV in Lombardia.
Purtroppo la verità è che l’IDV in una crisi profondissima ha cercato di evitare il naufragio aggrappandosi disperatamente al salvagente di “Rivoluzione Civile”.
Se vogliamo fare un Congresso vero è di questa crisi profondissima che dobbiamo discutere.
L’IDV ha scelto “Rivoluzione Civile” perché convinta, non a torto, che da sola non avrebbe superato lo sbarramento del 4%.
Il crollo sotto al 2% nei sondaggi è stato giustamente attribuito alle “mele marce” che hanno colpito al cuore l’immagine di un Partito che ha fatto della legalità, della lotta alla corruzione , dell’uso corretto del denaro pubblico, l’asse portante della sua attività politica e della sua identità.
Ma le “mele marce” nel cesto non ci sono andate da sole, qualcuno ce le ha messe.
Al di là delle responsabilità personali, io sono convinta che il problema stia nel divario tra ciò che si predica e ciò che si pratica, tra ciò che si dice e ciò che si fa.
Non si può fare la battaglia contro la spartizione della RAI e poi nelle regioni e negli enti locali ci si spartiscono con gli altri partiti società, aziende municipalizzate, enti.
Non si può gridare contro il voto di scambio e poi inserire nelle liste elettorali personaggi soltanto perché sono portatori di pacchetti di voti o di tessere, senza verificare se quel consenso è frutto di un corretto legame con i cittadini o se, invece, nasce da pratiche clientelari o dall’uso disinvolto delle risorse pubbliche.
E’ vero che nella scelta delle persone ci si può sbagliare. Ma quando gli sbagli diventano troppi vuol dire che sono le regole e i meccanismi di selezione che non funzionano.
Verticismo, selezione dall’alto, logiche plebiscitarie, padroni delle tessere sono i mali che hanno portato l’IDV al tracollo. Occorre una profonda revisione dello Statuto del Partito, nel segno di una incisiva democratizzazione del Partito a tutti i livelli.
Le regole del Congresso saranno il primo banco di prova di questo processo di democratizzazione.
Per questo penso che dall’Esecutivo nazionale debbano essere adottate alcune decisioni:
Giulia Rodano
“Con il blocco delle ambulanze dei pronti soccorso si ripete, in queste ore, un dramma che cittadini e lavoratori del 118 conoscono purtroppo molto bene. Quest’anno l’emergenza, già di per sé incredibile per un Paese civile, è aggravata dall’azione dissennata dei nuovi tagli alla sanità pubblica, e soprattutto dal fatto che da anni si toglie senza mai sostituire. E’ il momento di far parlare tutti, sul futuro del sistema sanitario del Lazio, a partire dai cittadini e dagli operatori, che in questi anni sono quelli che hanno avuto meno voce in capitolo. E questo è un banco di prova per chiunque si candidi nel Lazio”. Lo dichiara in una nota Giulia Rodano, consigliere regionale di Italia dei Valori. “Occorrerebbe ricominciare a investire su servizi fondamentali, come l’emergenza” continua Rodano. “Occorrerebbe combattere l’eccesso di ricovero per acuti e cronici nel Lazio, figlio di una sanità condizionata da troppi interessi particolari, a partire dai ‘padroni’ dei posti letto, dagli intoccabili della sanità privata”.
“Soprattutto” prosegue “bisogna finalmente attivare, a livello territoriale e non ospedaliero, quel processo di presa in carico del paziente e di continuità dell’assistenza di cui tutti chiacchierano da anni, ma su cui nessuno ha fatto una proposta concreta o investimenti di risorse umane e finanziarie sufficienti”.
“Il nuovo commissario straordinario Palumbo dovrebbe cominciare da subito ad assumere quelle misure d’urgenza necessarie a rendere il 118 in condizione di funzionare” conclude Rodano. “Anche perché, al di là di riunioni rituali convocate a emergenza già esplosa, come al solito la dimissionaria Presidente Polverini sembra essere presa soltanto dalle nomine della sanità pubblica, non dalla sua funzionalità”.
“Il bando sui teatri di cintura è l’ennesimo emblema del disordine, del disinteresse, della totale superficialità con cui il centrodestra ha gestito la cultura a Roma e nel Lazio negli ultimi anni. E’ infatti la prova inconfutabile che la fantomatica ‘Casa dei teatri’ di cui parlavano Alemanno e l’assessore Gasperini non esiste e non è mai esistita. La prova che dietro le bugie del centrodestra c’è solo l’impoverimento del panorama culturale di Roma Ma davvero non c’era bisogno di questo nuovo episodio, a pochi mesi dal voto. Lasciare la gestione delle strutture al teatro di Roma consentirebbe invece di salvare il salvabile e rinviare decisioni rilevanti, di lungo periodo, a chi governerà la cultura della Capitale negli anni a venire. Del resto, però, si sarebbe trattato di un atto di responsabilità di cui Alemanno e la sua Giunta non possono essere capaci”. Lo dichiara in una nota Giulia Rodano, consigliere regionale di Italia dei Valori.
“Dopo la notte bianca, dopo il festival di Villa Adriana, dopo le officine culturali del Lazio, il centrodestra sta così per affossare anche i teatri di cintura, con un bando confuso e tardivo” continua Rodano. “Quel che invece serviva era una politica di incentivazione della produzione culturale nelle periferie, un’opera di sostegno della scena emergente e del teatro contemporaneo, da determinare in collaborazione con realtà associative già operanti nei territori. Ma purtroppo, la Giunta Alemanno ha preferito riempire di chiacchiere cittadini e operatori. E dietro le chiacchiere, c’è la desertificazione della cultura della Capitale e l’inevitabile blocco delle attività di due teatri necessari per la nostra cittadinanza, a Tor Bella Monaca come al Quarticciolo”.
“Per quali ragioni si stiano assumendo decisioni così gravi e pericolose sulla sanità del Lazio? Per quali ragioni devono essere chiusi proprio l’ospedale Oftalmico o il san Filippo Neri e non altri? In queste ore, si susseguono senza sosta notizie di tagli e chiusure. E ciò che invece passa sotto silenzio è il criterio, il ragionamento che sottende a queste decisioni. Quali sprechi verrebbero eliminati? A quali ragioni di programmazione sanitaria risponderebbero queste scelte? E quel che è più grave, non è affatto chiaro quali siano i bisogni di salute che tali decisioni potrebbero soddisfare, sulla base di quali analisi di questi bisogni si stia procedendo. E’ ovvio che non ve ne sono e che c’è dietro soltanto un criterio: tagliare quanto più si può. Ed è altrettanto ovvio che così però non si tagliano gli sprechi, ma soltanto i servizi”. Lo dichiara in una nota Giulia Rodano, consigliere regionale di Italia dei valori.
“Il punto non è se i tagli di posti letto ammonti a mille o a duemila” aggiunge Rodano. “Non è infatti accettabile un taglio più moderato ma sempre lineare. Bisogna invece capire se e cosa viene tagliato, perché, e quali ‘sprechi’ vengono eliminati procedendo in questo modo. Bisogna capire come verranno gestite le vertenze dei lavoratori coinvolti”.
“E su questi temi è davvero improcrastinabile l’apertura di una discussione pubblica all’interno del centrosinistra del Lazio che si candida a governare il Lazio due mesi”, conclude Rodano.
“Col passare delle ore, le notizie che giungono sulla sanità del Lazio sono sempre più preoccupanti. I lavoratori della Croce Rossa protestano sui tetti contro l’iniquità della loro mancata stabilizzazione contrattuale. Quelli dell’Idi conducono da giorni una battaglia coraggiosa per rivendicare i diritti e la professionalità del loro lavoro. Nel frattempo, dalle associazioni di categoria della sanità pubblica e privata si levano nuovi allarmi su altri possibili tagli ed altre probabili chiusure. Così non si può davvero andare avanti. In queste condizioni, se c’è qualcosa da ‘tagliare’, e rapidamente, è proprio la continuità tra le gestioni commissariali di Renata Polverini ed Enrico Bondi”. Lo dichiara in una nota Giulia Rodano, consigliere regionale di Italia dei Valori.
“Chiediamo quindi al commissario Bondi di evitare al nostro sistema sanitario regionale, da qui a marzo, nuovi, gravi sacrifici” dichiara Rodano. “I territori non possono permetterselo. Decisioni così determinanti sul futuro della sanità regionale potranno e dovranno essere assunte solo da chi avrà una delega politica indiscutibile, ovvero la prossima Giunta regionale”.
Non siamo tutti uguali. C’è modo e modo di fare politica e di amministrare. Ieri sera Franco Fiorito a Porta a Porta ha detto che sono i singoli consiglieri a gestire certe cifre senza parametri. In quel modo le ha gestite lui. E il gruppo dell’Idv lo querelerà. Quei centomila euro l’anno erano dati ai gruppi consiliari in ragione del numero dei consiglieri che li compongono, ma non ai singoli consiglieri. E venivano dati ai gruppi per fare attività politica e non per comprare cravatte, fare vacanze o peggio ancora portarli all’estero su conti privati. Possiamo ragionare insieme sui modi, le quantità e l’opportunità dei finanziamenti pubblici all’attività delle forze politiche, e lo faremo. Noi come Idv già nel corso degli anni passati abbiamo presentato decine di emendamenti di regolamentazione di questi fondi e di riduzione dei costi della politica, sempre respinti dalla maggioranza. Oggi ci sono ben due referendum dell’Idv per cancellare il finanziamento pubblico ai partiti. Ma chi fa politica con passione e onestà da una vita non può essere accostato a chi ha pensato di gestire in modo discrezionale, personalistico e probabilmente anche illegale i soldi dei cittadini.
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