Le regioni sono una buona esperienza del centrosinistra. Il rapporto con l’UDC non può sconfessarla.
Mancano meno di tre mesi alle votazioni per le elezioni regionali. In alcune Regioni, tra cui la mia, il Lazio, ancora non sappiamo con quali alleanze, con quali programmi e con quali uomini, sfideremo il centro-destra.
Lo stallo in cui oggi ci troviamo nasce dalla decisione del PD di tenere tutto fermo in attesa che l’UDC chiarisca se e dove intende partecipare a coalizioni di centro-sinistra.
I risultati di questa condotta sono sotto gli occhi di tutti: in Puglia la pregiudiziale anti-Vendola dell’UDC con il connesso rifiuto di scegliere il candidato attraverso elezioni primarie, ha portato a fare con molto ritardo e con diversi danni collaterali quello che si poteva fare due mesi fa; nel Lazio, l’idea di attendere l’esito delle primarie pugliesi, alimenta l’immagine di un PD e di una coalizione in stato confusionale.
Non è un buon viatico per il centro-sinistra che si appresta a combattere un battaglia dura e difficile. E non è un buon viatico neppure per il PD di Bersani.
Occorre un rapido cambio strategia politica.
Bisogna partire da ciò che è stato in questi anni il centro-sinistra al governo di molte tra le più importanti e significative Regioni.
C’è un patrimonio di valori, di idee, di scelte di governo che non può essere gettato al macero in nome dell’alleanza con l’UDC.
La scelta anti-nuclearista; i primi abbozzi di un nuovo modello di sviluppo economico e dell’occupazione fondati sull’ecologia, sulla cultura, sulla conoscenza e quindi al sostegno alla impresa innovativa, soprattutto piccola e media; l’allargamento di vecchie forme e l’invenzione di nuovi modelli di ammortizzatori sociali; la tutela dei beni comuni; la politica dei diritti a cominciare da quelli degli ultimi, dei più discriminati; l’ispirazione laica nella gestione regionale di delicate materie come quelle della famiglia o dell’interruzione di gravidanza, sono i tanti tasselli che hanno composto in questi anni il mosaico delle politiche regionali là dove il centro-sinistra ha governato.
E’ un lavoro che non possiamo gettare al vento, riducendo la politica alla mera scelta delle persone o ad una sommatoria di partiti senza chiari contenuti programmatici.
Questo non vuol dire, tuttavia, porre pregiudiziali ad alleanze di centro-sinistra che accanto al PD, all’IDV e a tutte le forze della sinistra, comprendano anche l’UDC.
Il nodo da sciogliere riguarda il contenuto politico-programmatico del rapporto con l’UDC.
La scelta del PD è allargare all’UDC, considerandola l’unica possibilità per tornare a vincere. Ma per far questo il PD è disposto a scarica la sinistra e disperdere così il lavoro di questi anni?
Se di questo si trattasse ci troveremmo di fronte ad una grave scelta politica del PD e la sconfitta alle elezioni regionali sarebbe più che certa.
Si tratta di un puro calcolo elettorale? I voti degli elettori e delle elettrici non si sommano in assenza di un progetto politico condiviso che li convinca. Le semplici convenienze di potere dei partiti non creano consenso, anzi il più delle volte alimentano l’astensionismo.
Si allarga all’UDC per impedire che Berlusconi usi le elezioni regionali come una sorta di referendum pro o contro i suoi tentativi di dare una spallata alla nostra Costituzione in nome di riforme istituzionali di tipo plebiscitario e neo autoritario?
In questo caso l’allargamento all’UDC avrebbe un contenuto politico che sicuramente a sinistra troverebbe orecchie attente.
Il rapporto con l’UDC, per essere politicamente valido e vincente non può che essere un valore aggiunto, non creare perdite di consensi in altri settori dell’elettorato. Altrimenti non delle regioni si tratta, né della lotta contro politico-istituzionali di Berlusconi, ma di un’altra puntata del trasformismo italiano.
Forse c’è ancora una strada, che va imboccata subito senza ulteriori ritardi, per evitare che il rapporto con l’UDC si trasformi in una scelta perdente. Valorizzare con orgoglio le scelte fatte al governo delle regioni, avendo la capacità di cambiarle e rinnovarle là dove l’esperienza ne ha mostrato la necessità.
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