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Consultori, Idv:”Bocciare Pl Tarzia”

Chiediamo il totale respingimento della proposta di legge di Olimpia Tarzia sui consultori del Lazio: un testo che mina alle fondamenta la laicità dell’istituto dei consultori e mette un bavaglio alle donne è semplicemente inemendabile, si può solo bocciare ”. Lo ha dichiarato oggi Giulia Rodano, consigliere regionale di Italia dei Valori, durante il suo intervento di apertura del dibattito pubblico “Sulla pelle delle donne”, tenuto a Roma presso la Casa Internazionale delle donne.
“Le prime righe della relazione allegata alla proposta Tarzia”, ha proseguito Rodano “dichiarano che ‘i consultori familiari non debbano essere strutture prioritariamente deputate a fornire in modo asettico servizi sanitari o parasanitari alle famiglie, bensì istituzioni vocate a sostenere e promuovere la famiglia e i valori etici di cui essa è portatrice’. L’articolato è poi un misto perverso di affermazioni ideologiche, norme persecutorie verso donne e operatori in materia di Interruzione Volontaria di Gravidanza, e promesse di aiuti completamente finte, completamente prive di copertura economica e giuridica, e quindi in realtà pura demagogia. Una proposta di legge che non sostiene affatto la maternità ma tenta solo di dissuadere dall’aborto, arrivando a prevedere una forma di schedatura delle donne che scelgono di ricorrere all’Interruzione Volontaria di Gravidanza”.
“Nel testo di legge” ha continuato il consigliere regionale dell’IDV “il consultorio viene definito ‘strumento del compito generativo’ ed ha la responsabilità di prevenire l’aborto. Vi sono ammesse, per collaborare, solo le associazioni che condividono questa finalità: sicuramente non l’associazione Luca Coscioni, ad esempio. Un’altra norma, senza alcun fondamento giuridico nella legislazione italiana,  riconosce il concepito quale membro della famiglia. In un quadro di arretramento dei diritti sanciti dalla Legge194”, ha detto poi Rodano “confermato anche ieri dal voto del Consiglio Regionale che rinvia ‘sine die’ l’adozione della pillola RU486 negli ospedali del Lazio, questa proposta di legge attacca i consultori della nostra regione, perché li trasforma in presidi di uno Stato etico e li colloca in un limbo giuridico che ne rende più incerto il finanziamento pubblico e più debole la dimensione di rete territoriale: chiediamo quindi aiuto a tutte le forze politiche e sociali per respingere la proposta”, ha concluso. 
“E’ a dir poco oltraggioso” ha aggiunto il consigliere regionale dell’IDV Anna Maria Tedeschi, “che la proposta Tarzia tenti di dare in gestione ad associazioni private i consultori pubblici del Lazio. Privati scelti peraltro in base a criteri culturali ed ideologici che nulla hanno a che vedere con l’efficacia e l’appropriatezza della prestazione. Se questa legge dovesse essere approvata”, aggiunge Anna Maria Tedeschi “i consultori diverrebbero strutture che promuovono i valori etici di una parte della collettività. Sostanzialmente tale testo di legge regionale ribalterebbe il quadro normativo della Legge 194, ponendo un evidente problema di costituzionalità”.
“Noi non riteniamo che l’aborto debba essere vissuto con leggerezza”, ha concluso Tedeschi “ma non accettiamo alcun arretramento sui diritti e sull’applicazione odierna della legge 194”. 
E’ poi intervenuta la vicepresidente del Senato Emma Bonino, che ha concordato sull’”inemendabilità” della proposta Tarzia ed ha dichiarato che “la battaglia non può essere relegata al Consiglio Regionale del Lazio”. “Rivolgo quindi un appello a tutta la società civile” ha detto la senatrice dei Radicali, “formiamo un comitato ampio, che coinvolga ginecologhe, operatori dei consultori, giuristi”.
Hanno preso parte all’incontro anche le esponenti del Partito Democratico Monica Cirinnà (PD) e Luisa Laurelli (PD). Il consigliere regionale del PD Enzo Foschi ha parlato nel suo intervento di “proposta di legge regionale che riporterebbe il Lazio nel medioevo e trasformerebbe i consultori in tribunali dell’inquisizione”.
Nell’incontro, è stata lanciata l’idea di convocare per il mese di settembre un’ampia manifestazione di piazza che coinvolga partiti, associazioni e cittadini contrari alla proposta di legge regionale della Tarzia.

RU486: il centro destra ha votato contro la Polverini

“Credevo che piovesse, ma non che grandinasse: oggi in Consiglio Regionale il boicottaggio ideologico della RU486 ha costretto il centrodestra a votare contro un provvedimento della Giunta Polverini”. E’ quanto dichiara Giulia Rodano, consigliere regionale di Italia dei Valori, a margine della votazione del Consiglio Regionale sulle linee guida e l’adozione del farmaco RU486 nel Lazio.
“Il gruppo Italia dei Valori”, dichiara Rodano “aveva tentato di introdurre un ‘elemento di riduzione del danno’: un emendamento in cui si chiedeva ufficialmente alla Giunta Polverini di compiere nel più breve tempo possibile gli atti previsti dalla Delibera di Giunta 285 del 10/6/2010, e quindi consentire almeno la distribuzione della pillola RU486 nel Lazio, sia pure all’interno di linee guida che restringono immotivatamente la libertà professionale degli operatori sanitari e rendono più difficile la vita delle donne. Ad oggi, infatti, nonostante la Giunta regionale sia in possesso di tutti gli elementi tecnici e giuridici necessari a deliberare il via libera all’adozione della RU486, compresa la documentazione richiesta all’Agenzia di Sanità Pubblica e regolarmente inviata in Regione il 25 giugno 2010, non è ancora dato sapere se, dove, quando la pillola abortiva potrà essere somministrata negli ospedali del Lazio. La maggioranza di centrodestra ha votato contro il nostro emendamento, sconfessando di fatto quanto la stessa Giunta Polverini aveva sancito un mese fa con una delibera di Giunta. A rimetterci saranno le donne del Lazio che, fino a data da destinarsi, per assumere la RU486 dovranno rivolgersi fuori regione ”.
“Qui non stiamo discutendo dell’aborto”, ha detto Rodano “che in Italia e nel Lazio è legale e praticato dal 1978. Non stiamo discutendo nemmeno di concepimento o di animazione del feto. Oggi siamo stati chiamati a pronunciarci sull’adozione di una tecnica medico-scientifica già attuata in numerosi Paesi europei ed opportunamente regolamentata dall’Agenzia Italiana del Farmaco. L’art.15 della Legge 194 prevede che le Regioni, d’intesa con le Università e con gli enti ospedalieri, debbano promuovere l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza: dunque l’adozione della RU486 dovrebbe essere imposta dalla legge”.
“Ricordo ai colleghi della maggioranza che anche l’aborto chirurgico si fa in day hospital: nessun medico impone tre giorni di ricovero ordinario” prosegue Rodano. “E’ però fin troppo ovvio che l’ostracismo del centrodestra verso la RU486 è finalizzato semplicemente a rendere più difficoltosa la procedura di interruzione volontaria di Gravidanza”.
“Una posizione non solo ideologica, ma anche punitiva, realmente lesiva dei diritti e della salute delle donne”, conclude il consigliere regionale di Italia dei Valori.

Da Renata Polverini 100 giorni di nulla e guai

“Da Renata Polverini il Lazio ha avuto cento giorni di nulla e di guai” Lo
dichiara in una nota Giulia Rodano, consigliere regionale di Italia dei
Valori.
“Basti pensare ai fondi europei”, dice Rodano, “sul cui utilizzo ha puntato
il dito il ministro Tremonti, suo collega di partito. Con una procedura unanimemente definita virtuosa e portata a termine a marzo 2010, la Regione Lazio ha assegnato e impegnato su luoghi di eccellenza culturale del Lazio ben 35 milioni di euro di fondi europei del Por 2007-2013. Ora, per erogare i fondi, occorrerebbe una delibera di Giunta. Ma i ritmi di lavoro della Giunta Polverini sono blandi, se non impalpabili”.
“Sempre per quanto concerne il settore culturale”, prosegue Rodano “nulla è dato sapere neppure della stagione estiva dello spettacolo dal vivo, che la
Regione Lazio aveva promosso e finanziato con regolarità”.
“Per il resto”, conclude Giulia Rodano “la presidente Polverini ha lasciato
i buoni propositi in campagna elettorale e continua a scaricare sul passato la
responsabilità dei guai prodotti dalla sua negligenza e dai suoi ritardi:
ospedali chiusi, posti letto tagliati, nuove tasse sui redditi dei cittadini
e delle imprese. Peggio di così era proprio difficile”.

Aumenti IRPEF e IRAP sono eredità della Giunta Storace

“Dopo un mese di richieste di chiarimenti da parte dell’opposizione, Renata
 Polverini ammette di fronte ai cittadini che le tasse sono aumentate. La
 governatrice scarica la responsabilità sul passato e fa bene: gli aumenti
delle aliquote Irpef e Irap sono infatti l’eredità della Giunta Storace. Una
Giunta di centrodestra passata alla storia per aver consentito alle Asl di non
approvare i bilanci annuali, ed in tal modo sperperare denaro pubblico in
misura del tutto incontrollata; per aver elargito convenzioni ed
accreditamenti alla sanità privata senza alcuna programmazione; per aver indebolito la sanità pubblica con il blocco delle assunzioni e la totale assenza di investimenti”.
Lo dichiara in una nota Giulia Rodano, consigliere regionale di Italia dei Valori.
Ora” prosegue il consigliere regionale dell’IDV “sarà interessante scoprire
se, come si vocifera, i manager della sanità pubblica che accumularono 10
miliardi di debito negli anni di Storace torneranno nei prossimi mesi a
dirigere Asl, policlinici, ospedali pubblici di Roma e del Lazio”.
“Vigileremo e chiederemo immediati chiarimenti anche su questo punto, la Polverini può starne certa”, conclude Giulia Rodano.

118 e casa del parto naturale vittime illustri dei tagli

“Tra le prime vittime illustri dei tagli e del blocco del turn over imposti da Renata Polverini ci sono senz’altro il 118 e la casa del parto naturale di Ostia”. Lo dichiara in una nota Giulia Rodano, consigliere regionale di Italia dei Valori, vicepresidente della commissione Sanità. “Con i tagli lineari e il blocco indiscriminato del turn – over non possono esistere né fiori all’occhiello né eccellenze”, continua Rodano. “Lo dimostra il fatto che, piano piano, nella sanità del Lazio stanno morendo tutte le innovazioni. Oggi è la volta della casa del parto di Ostia, dove vengono seguite dalle ostetriche le gravidanze fisiologiche ed effettuati i parti naturali: la sua attività è sospesa fino a data da destinarsi. E si tratta di un servizio nuovo, moderno, all’altezza dei migliori modelli europei: un servizio che garantisce alle donne che lo scelgono, con tutte le garanzie di sicurezza, di poter effettuare un parto fisiologico e naturale, e al sistema sanitario di sperimentare modalità di assistenza di un evento del tutto spontaneo qual è il parto naturale, senza medicalizzazioni eccessive e quindi con servizi più efficaci e meno costosi”.
“Allo stesso tempo”, prosegue il consigliere dell’IDV “nessuna deroga ai tagli e al blocco delle assunzioni è prevista per l’Ares 118, esposta sempre di più ai rischi di privatizzazione selvaggia e incontrollata. I tagli indiscriminati hanno queste conseguenze. In genere, a pagarne di più le conseguenze sono i servizi migliori e le emergenze: presenteremo quindi un ordine del giorno in consiglio regionale per sbloccare il turn-over del personale del 118; mentre per riaprire la casa del parto tuttavia non serve che un po’ di buona volontà, e mi auguro che la nuova dirigenza della ASL e la Polverini non la facciano mancare”.
“Sia il dibattito sulla sanità, se ci sarà, che la discussione dell’assestamento di bilancio della Regione saranno l’occasione per affrontare e risolvere questi problemi” conclude il consigliere dell’IDV.

Sanità: basta con i tagli, occorre riformare il sistema

sanita01La situazione della sanità nel Lazio è purtroppo nota da tempo. Ci sono problemi strutturali, determinati in particolar modo dal ruolo di Roma e dall’accentrarsi nella capitale di strutture universitarie, di ricerca, di strutture classificate. Da sempre l’assistenza coincide di fatto con il ricovero, non solo nelle acuzie, ma in tutti i settori, dalla riabilitazione all’assistenza protratta, a quella per gli anziani. A questo, negli ultimi dieci anni si è aggiunta l’emergenza finanziaria: il debito di 10 miliardi di euro, accumulato dalla Giunta Storace; e il disavanzo annuale, che sempre in quegli anni viaggiava attorno a 2 miliardi di euro. Le politiche nazionali hanno continuato e continuano a considerare la sanità soltanto un problema di spesa pubblica e di tagli, con le conseguenti decisioni di blocco del turn over, riduzione delle spese per beni e servizi, aumento dei ticket, blocco degli investimenti, aumento della pressione fiscale. L’ultima manovra del governo Berlusconi si muove ancora tutta in questa direzione. Dal 2005 al 2010, tra difficoltà e sacrifici in ogni settore del bilancio regionale, la Giunta di centrosinistra ha operato in questo quadro, ottenendo risultati significativi. Il debito è stato coperto con un mutuo trentennale, e il disavanzo annuale è diminuito del 9% annuo. Ma a quale prezzo sono stati raggiunti questi obiettivi? Effettuando tagli, riduzioni di posti letto, accrescendo l’imposizione fiscale. E anche le esperienze migliori, più innovative, dalla centrale unica degli acquisti alla fatturazione elettronica, alla riduzione significativa della spesa farmaceutica, alla trasformazione di alcune strutture per acuti in strutture a servizio della assistenza non di ricovero, alla messa in cantiere di nuove strutture in grado di trasformare gli attuali piccoli ospedali senza privare i cittadini del loro spesso unico punto di riferimento sanitario, non sono ancora riusciti a diventare una politica alternativa.
Ora occorrerebbe cambiare. Approfittare dei sacrifici compiuti e dei risultati raggiunti, per cominciare a trasformare strutturalmente il sistema. Gli ultimi decreti commissariali dimostrano invece che non è stata ottenuta – e forse neppure cercata – nessuna ricontrattazione del piano di rientro, tanto annunciata nella lunga campagna elettorale.
In realtà, proseguire – come nei recenti decreti della Polverini – nella strada dei tagli orizzontali, uguali per tutti, su personale, beni e servizi, sulla chiusura troppo spesso casuale di questo o quell’ospedale, sull’imposizione di tetti tutti uguali ai privati accreditati, non ha altra conseguenza che aggravare, oltre il possibile e il necessario, il peso del risanamento sui cittadini, che pagheranno con la riduzione dei servizi, nonché poi sulle strutture migliori, sia pubbliche che private, che meno sono in condizione di sopportare lo stillicidio dei tagli. E alla fine, le conseguenze saranno, ancora una volta, l’aumento delle tasse, come previsto dal decreto scomparso, il N° 49, emanato dalla Polverini. E, come annunciato da quello stesso decreto, l’aumento dei tichet su farmaci, specialistica e riabilitazione, e l’imposizione di quello sul pronto soccorso.
Occorrerebbe avere il coraggio di rifiutare il commissariamento e restituire alla Regione, alla sua Giunta e al Consiglio regionale, la possibilità di agire per riformare il sistema sanitario. Ma ciò che sta accadendo non somiglia affatto a questa necessità. Renata Polverini persevera nell’errore imposto dai ministri Tremonti e Sacconi: fare cassa rapidamente, tagliare in modo indiscriminato chi funziona, e, parole sue, “rimandare i bisogni dei cittadini al 2011”.
Eppure le possibilità oggi ci sarebbero: si potrebbe mettere mano all’accreditamento e alle politiche tariffarie per incentivare la riduzione delle attività di ricovero in favore della presa in carico e dei percorsi assistenziali, e quindi cominciare veramente a spostare risorse umane, materiali, finanziarie a favore del territorio. Si potrebbe approfittare della tanto decantata maggiore flessibilità del privato, per chiedergli di cominciare a cambiare i modi per prestare assistenza. Si potrebbe cominciare a fissare le tariffe in base alla complessità delle strutture e non senza attendersi riduzioni di spesa, come invece afferma il piano di rientro firmato dalla Polverini. Si potrebbe finalmente mettere a punto sistemi di controllo degli scostamenti dall’appropriatezza, come aveva cominciato a fare l’ASP,  e su questi costruire un sistema di sanzioni che scoraggino realmente i comportamenti opportunistici. Insomma, approfittare del lavoro svolto, per cominciare a cambiare.

Sanità: basta con i tagli, occorre riformare il sistema

La situazione della sanità nel Lazio è purtroppo nota da tempo. Ci sono problemi strutturali, determinati in particolar modo dal ruolo di Roma e dall’accentrarsi nella capitale di strutture universitarie, di ricerca, di strutture classificate. Da sempre l’assistenza coincide di fatto con il ricovero, non solo nelle acuzie, ma in tutti i settori, dalla riabilitazione all’assistenza protratta, a quella per gli anziani. A questo, negli ultimi dieci anni si è aggiunta l’emergenza finanziaria: il debito di 10 miliardi di euro, accumulato dalla Giunta Storace; e il disavanzo annuale, che sempre in quegli anni viaggiava attorno a 2 miliardi di euro. Le politiche nazionali hanno continuato e continuano a considerare la sanità soltanto un problema di spesa pubblica e di tagli, con le conseguenti decisioni di blocco del turn over, riduzione delle spese per beni e servizi, aumento dei ticket, blocco degli investimenti, aumento della pressione fiscale. L’ultima manovra del governo Berlusconi si muove ancora tutta in questa direzione. Dal 2005 al 2010, tra difficoltà e sacrifici in ogni settore del bilancio regionale, la Giunta di centrosinistra ha operato in questo quadro, ottenendo risultati significativi. Il debito è stato coperto con un mutuo trentennale, e il disavanzo annuale è diminuito del 9% annuo. Ma a quale prezzo sono stati raggiunti questi obiettivi? Effettuando tagli, riduzioni di posti letto, accrescendo l’imposizione fiscale. E anche le esperienze migliori, più innovative, dalla centrale unica degli acquisti alla fatturazione elettronica, alla riduzione significativa della spesa farmaceutica, alla trasformazione di alcune strutture per acuti in strutture a servizio della assistenza non di ricovero, alla messa in cantiere di nuove strutture in grado di trasformare gli attuali piccoli ospedali senza privare i cittadini del loro spesso unico punto di riferimento sanitario, non sono ancora riusciti a diventare una politica alternativa.
Ora occorrerebbe cambiare. Approfittare dei sacrifici compiuti e dei risultati raggiunti, per cominciare a trasformare strutturalmente il sistema. Gli ultimi decreti commissariali dimostrano invece che non è stata ottenuta – e forse neppure cercata – nessuna ricontrattazione del piano di rientro, tanto annunciata nella lunga campagna elettorale.
In realtà, proseguire – come nei recenti decreti della Polverini – nella strada dei tagli orizzontali, uguali per tutti, su personale, beni e servizi, sulla chiusura troppo spesso casuale di questo o quell’ospedale, sull’imposizione di tetti tutti uguali ai privati accreditati, non ha altra conseguenza che aggravare, oltre il possibile e il necessario, il peso del risanamento sui cittadini, che pagheranno con la riduzione dei servizi, nonché poi sulle strutture migliori, sia pubbliche che private, che meno sono in condizione di sopportare lo stillicidio dei tagli. E alla fine, le conseguenze saranno, ancora una volta, l’aumento delle tasse, come previsto dal decreto scomparso, il N° 49, emanato dalla Polverini. E, come annunciato da quello stesso decreto, l’aumento dei tichet su farmaci, specialistica e riabilitazione, e l’imposizione di quello sul pronto soccorso.
Occorrerebbe avere il coraggio di rifiutare il commissariamento e restituire alla Regione, alla sua Giunta e al Consiglio regionale, la possibilità di agire per riformare il sistema sanitario. Ma ciò che sta accadendo non somiglia affatto a questa necessità. Renata Polverini persevera nell’errore imposto dai ministri Tremonti e Sacconi: fare cassa rapidamente, tagliare in modo indiscriminato chi funziona, e, parole sue, “rimandare i bisogni dei cittadini al 2011”.
Eppure le possibilità oggi ci sarebbero: si potrebbe mettere mano all’accreditamento e alle politiche tariffarie per incentivare la riduzione delle attività di ricovero in favore della presa in carico e dei percorsi assistenziali, e quindi cominciare veramente a spostare risorse umane, materiali, finanziarie a favore del territorio. Si potrebbe approfittare della tanto decantata maggiore flessibilità del privato, per chiedergli di cominciare a cambiare i modi per prestare assistenza. Si potrebbe cominciare a fissare le tariffe in base alla complessità delle strutture e non senza attendersi riduzioni di spesa, come invece afferma il piano di rientro firmato dalla Polverini. Si potrebbe finalmente mettere a punto sistemi di controllo degli scostamenti dall’appropriatezza, come aveva cominciato a fare l’ASP,  e su questi costruire un sistema di sanzioni che scoraggino realmente i comportamenti opportunistici. Insomma, approfittare del lavoro svolto, per cominciare a cambiare.

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