Di Pietro, investire per il futuro del Paese ”Investire in cultura è investire nel futuro del nostro Paese”.
Così Antonio Di pietro nel suo intervento conclusivo al convegno ‘Facciamo lavorare la testa’, da poco terminato a Roma. Il Leader IdV ha annunciato che nelle prossime ore il partito presenterà in Parlamento una mozione sulle politiche culturali, aggiungendo tuttavia che “non ci illudiamo che venga discussa”. “Ci dicono sempre – ha ironizzato – che questi sono temi che verranno trattati in un quadro più ampio”. Per l’Italia dei Valori, ha proseguito Di Pietro, “la cultura è un qualcosa che in realtà potrebbe migliorare il nostro Paese anche sul piano economico-finanziario. Non è veroche è un qualcosa di residuale” ha evidenziato, osservando che non si risolvono i problemi del Paese facendo semplicemente quadrare i conti senza pensare a chi li paga”.”Ci troviamo di fronte a una politica che non possiamo non contestare – ha aggiunto Di Pietro – ed è troppo comodo dire che la colpa è del governo, è anche di chi l’appoggia e che fa scelte politiche dove cultura, istruzione, scuola, non sono visti come strumenti per migliorare il futuro del nostro Paese intesi per una maggiore equità sociale”
La cultura italiana come una vera emergenza da affrontare
“Per ridare qualità e impegno a settori che sono stati trascurati e che vengono ancora trascurati, anche da questo governo”. Così il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro a margine del convegno ‘facciamo lavorare la testa’, organizzato dall’IdV presso ll residence di Ripetta a Roma. ”Facciamola lavorare questa testa, invece di ragionare sempre con i piedi”, ha dichiarato Di Pietro prima di prendere parte alla tavola rotonda alla quale partecipano anche Lorenzo Ornaghi e Francesco Profumo, rispettivamente ministri per i Beni e le Attività Culturali, e dell’Istruzione.
- Dai lavoratori coro unanime: se politiche non cambiano sarà disastro“Impoverimento, precarietà irreversibile, mancanza di speranza: stamane sono state queste le parole che più ricorrenti negli interventi di docenti, ricercatori, archeologi, artisti e professionisti dell’economia della conoscenza. Nella pluralità di voci e di testimonianze che abbiamo ascoltato stamattina è emerso un coro unanime di allarme e di indignazione: se non cambiano le politiche sarà il disastro, tanto per la cultura quanto per l’istruzione del nostro Paese. Stiamo rischiando infatti di perdere il più grande potenziale di sviluppo del nostro Paese, una delle poche opportunità rimaste per uscire dall’arretratezza e per essere produttori di sapere e di innovazione, non semplici consumatori. Per questo nelle prossime settimane Italia dei Valori chiamerà il Parlamento ad esprimersi su questo tema con una mozione di indirizzo, che indica le misure concrete che consentirebbero di invertire la tendenza e rilanciare il comparto in tempi brevi: redistribuire diversamente i tagli lineari dell’era Tremonti, alzare l’aliquota fiscale sui giochi e convogliare le risorse su cultura e istruzione, eliminare il programma di acquisto sugli F35, svolgere l’asta delle frequenze televisive e destinare i proventi alla scuola, all’università, alla ricerca e ai beni culturali”. Lo ha dichiarato il responsabile nazionale Cultura e Istruzione di Italia dei Valori Giulia Rodano nell’intervento di chiusura della sessione mattutina dell’incontro “Facciamo lavorare la testa”, tuttora in corso a Roma, al residence Ripetta.
Ad introdurre la sessione mattutina è stato l’onorevole Pierfelice Zazzera. “Occorre ricostruire quello che tre anni di governo Berlusconi stanno rischiando di cancellare”, ha dichiarato il deputato IdV “a partire dalla quota di pil destinato all’istruzione, scesa dal 5,5% degli anni’90 al 4% attuale, a fronte di una media Ocse del 6”.
Si sono poi susseguiti numerosi interventi di professionisti di tutti i settori dell’economia della conoscenza. A dare il via l’archeologa Astrid D’Eredità, dell’Associazione Nazionale Archeologi, che ha ricordato che “l’Italia è piena di vere e proprie falangi di professionalità nei nostri beni culturali, non solo archeologi ma biblioteconomi, archivisti, professionisti del restauro. Professionisti che svolgono un lavoro scientifico, hanno spesso contratti precari e, come accade agli archeologi nei cantieri, percepiscono compensi lordi irrisori: il primo passo dovrebbe essere costituito da una normativa nazionale sulle professioni culturali”. E’ poi intervenuto Alessandro Riceci, in rappresentanza del Teatro Valle occupato. “L’occupazione del teatro Valle è stato un gesto performativo di contestazione delle politiche culturali di questo Paese: in questi dieci mesi di occupazione abbiamo cercato di far lavorare le teste e i corpi e di proporre idee. E in questo lavoro di confronto ed approfondimento abbiamo scoperto anche gli strumenti che già esistono, come lo Statuto sociale dell’artista europeo, linee guida sulla tutela dei diritti dei lavoratori: basterebbe applicarle nel nostro Paese”. Concetto ribadito in un successivo intervento anche da Tiziano Panici del teatro Argot che, oltre all’impoverimento del settore cultura, ha sottolineato la mancata applicazione di leggi già esistenti a sostegno del comparto. Nel denunciare il “collasso della scuola”, Anna Angelucci dell’associazione ‘Per la scuola della Repubblica’ ha ricordato il fallimento dei Test Invalsi, la pericolosa diminuzione della percentuale di pil destinata alla scuola e infine che le diseguaglianze nella formazione hanno costi ‘occulti’ che si riveleranno per l’economia e la società ancor più insostenibili dei costi di gestione che vegnono attualmente tagliati”. A parlare di scuola anche Sabrina Pietrosanti, docente precaria: “Siamo oltre 100mila docenti in attesa di una stabilizzazione, che riteniamo meritata anche in ragione dei sacrifici sostenuti e del fatto che abbiamo tenuto in piedi l’intero sistema scolastico italiano”. Hanno invece parlato di università la studentessa Anna Erbi, che oltre a sottolineare il dramma delle borse di studio tagliate, definanziate e pagate con mesi di ritardo, ha dichiarato che “l’idea che l’università debba produrre ricchezza è distruttiva: l’università deve produrre conoscenza, che qa sua volta potrà produrre ricchezza nella società, è però inaccettabile l’idea che l’economia dica quello su cui deve fare ricerca, perché questo tarpa le ali all’innovazione”. Di università hanno parlato anche dottorandi e ricercatori. Francesco Vitucci, dell’Associazione Dottorandi Italiani, ha ricordato i numeri devastanti dell’università italiana (“taglio del 30% alle borse di studio, ventimila precari che rischiano l’espulsione dall’università”) ed ha avanzato alcune proposte concrete: “abolire le tasse per i dottorandi senza borsa, sbloccare il turn over, estendere gli ammortizzatori sociali ai dottorandi”. Anche Massimiliano Tabusi, ricercatore della rete 29 aprile, ha sollevato la necessità di un piano di reclutamento straordinario per le università, ormai ridotte all’osso dai tagli, ed ha poi sottolineato la necessità che “i finanziamenti alla cultura, alla ricerca, all’innovazione e all’arte vadano insieme, visto che finora è stato fatto un ‘divide et impera’”.
Sono poi intervenuti anche altri rappresentanti dell’economia della conoscenza. Sandro Ferri, editore a capo della casa E/O, ha dichiarato che “per far crescere il libro più che aiuti di Stato ma occorre far crescere il mondo del lavoro qualificato dell’editoria. Bisogna aiutare la crescita culturale nella formazione:librai ad esempio, come anche le biblioteche. E soprattutto che al mondo dell’editoria sia riconosciuto un compenso equo per tutte le professionalità della filiera, dall’editor allo scrittore”. E’ poi intervenuta la danzatrice e coreografa Giovanna Velardi, che ha chiamato la politica ad assumersi la responsabilità complessiva della situazione, “attraverso politiche culturali che privilegino i finanziamenti sui contributi, e quindi la compartecipazione alla stesura dei progetti”. Giordano Sangiorgi, organizzatore del meeting delle etichette indipendenti, ha proposto una serie di misure concrete e a costo zero per rilanciare il comparto musicale del Paese. Maurizio Stammati, del teatro Bertold Brecht di Formia, ha illustrato un esempio buona gestione culturale ed a chiudere gli interventi degli operatori è stato il musicista Stefano Cardi, che nel ricordare il peso residuale della musica nei cicli scolastici, ha dichiarato che “uno degli slogan più ricorrenti è che la cultura porta ricchezza, ma anche quando non questo non accade non è uno scandalo perché la cultura non è nata per quello: può arricchire anche solo l’essere umano”.
Hanno chiuso la mattinata gli interventi di Claudio Fava (responsabile nazionale Cultura di Sel) e Matteo Orfini (responsabile nazionale Cultura del Pd). “Negli ultimi anni ai beni culturali abbiamo avuto molti ministri senza cuore”, ha detto Fava. “E la cultura è diventata povera, tecnica, subalterna. Nella frase, che ha contraddistinto gli ultimi anni, ‘con la cultura non si mangia’c’è un ragionamento asfittico e provinciale Basterebbe vedere quello che è successo a Bilbao, dove il museo Guggenheim ha moltiplicato l’investimento”. Orfini ha invece sottolineato che “l’intermezzo tecnico di Monti ha senso se corregge il prima. E il prima è drammatico. Dobbiamo vedere se ora c’è un salto di qualità nella capacità di aggredire i problemi”.
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