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Cultura. “Taglio del FUS è attacco politico e impoverimento della democrazia”

“La Regione Lazio è a fianco di tutti coloro che, in Parlamento come nelle istituzioni locali, stanno chiedendo in queste ore il ripristino delle risorse del Fondo Unico dello Spettacolo dal vivo, tagliato dal ministro Tremonti nell’ultima finanziaria nazionale. Si tratta di una cifra talmente irrisoria nel bilancio statale che il provvedimento del centrodestra nazionale a questo punto può essere definito un vero e proprio attacco politico, più che una necessità economica”. Lo dichiara in una nota l’assessore regionale alla Cultura, Spettacolo e Sport e consigliere di Sinistra e Libertà Giulia Rodano.
“Si tratta di una decisione scellerata”, continua Rodano “che mette in ginocchio un intero settore e rischia di vanificare lo sforzo di Regioni ed enti locali che sostengono le attività e i servizi di questo settore nevralgico per il nostro Paese. Anche la Regione Lazio negli ultimi quattro anni ha finanziato la produzione di film, gli enti di formazione come il centro sperimentale di cinematografia, la circuitazione di spettacoli di danza e teatro negli spazi regionali, ma certo non possiamo sostituirci a uno Stato che si ritrae e definanzia il settore. E non si può discutere in Parlamento una nuova legge quadro per lo spettacolo dal vivo” dichiara poi Rodano “se contestualmente si taglia il FUS, e conseguentemente si annullano i presupposti per parlare di questioni fondamentali come il trattamento economici dei lavoratori o la natura giuridica delle imprese che si occupano di spettacolo, punto essenziale per accedere al credito”
“Le Regioni e gli enti locali stanno cercando di tamponare falle sempre più vistose e un impoverimento dello del sistema dello spettacolo che rischia di trasformarsi nell’ennesimo impoverimento della nostra democrazia”, conclude l’assessore regionale alla Cultura.

Turismo: “Puntare su eccellenze culturali del Lazio”

“Puntare sulle eccellenze culturali è una delle possibilità di rilancio del turismo del Lazio. Nel Lazio il turismo culturale non è ancora cresciuto come dovrebbe e potrebbe: questo è un problema ma anche un’opportunità, perché significa che ci sono margini importanti di crescita, ma affinché le opportunità si traducano in occasioni reali sono necessarie scelte chiare”. Lo ha dichiarato stamane Giulia Rodano, assessore alla Cultura, Spettacolo e Sport della Regione Lazio, intervenendo presso la conferenza regionale del Turismo.
“Tivoli” ha detto l’assessore Rodano “è uno dei luoghi più belli al mondo: eppure, Tivoli, al contrario ad esempio di Spoleto, non ha l’immagine di città d’arte. In questi anni abbiamo dunque cercato di lavorare e di investire sulla valorizzazione delle eccellenze culturali del Lazio. E un esempio è il festival di Villa Adriana, la cui terza edizione inizierà tra poche settimane proprio a Tivoli”.
“Sul rilancio delle eccellenze culturali della Regione” ha detto in conclusione l’assessore regionale alla Cultura “sono stati investiti oltre cento milioni di euro e per completare il lavoro sui grandi attrattori utilizzeremo anche i fondi europei. Ora si tratta da un lato di mettere in relazione le opportunità culturali con l’ospitalità turistica, puntando su qualità dei servizi e costi contenuti, e dall’altro lato di organizzare la filiera in modo che le eccellenze culturali siano una reale risorsa a disposizione del turismo”.

Contro la crisi, investiamo in Cultura

Grazie all’allarme lanciato dalla CGIL e all’attenzione dedicata da La Repubblica, finalmente si pone il tema della cultura come settore occupazionale di Roma e del Lazio.
Secondo la CGIL sono a rischio oltre mille posti di lavoro nella sola area romana a causa di scelte politiche miopi e di un pregiudizio secondo cui la cultura, ritenuta regno dell’effimero e degli sprechi, sarebbe una mera voce di costo per la pubblica amministrazione.
La cultura, oltre ad avere un valore in sé, è a tutti gli effetti un settore fondamentale per la nostra economia. E presenta una caratteristica che potremmo definire “infrastrutturale”. Non genera solo reddito per chi vi opera, può essere un elemento di sviluppo: una strada, ad esempio, non produce un attivo di bilancio eppure consente alle persone di muoversi, alle merci di essere trasportate e scambiate e così via. Senza un’offerta culturale adeguata diminuisce – ad esempio- il turismo e tutto il suo indotto. Anche per questo, la cultura è un bene “comune”: il mercato non può essere l’unico metro di valutazione. E’ invece un terreno di intervento pubblico.
Non a caso la Regione interviene a sostegno dello spettacolo dal vivo, per la prima volta anche a sostegno delle imprese – perché di imprese si tratta – di spettacolo, delle produzioni cinematografiche e audiovisive, investe sulle strutture teatrali, sui giovani talenti e sul teatro sociale, sulla conoscenza e la valorizzazione delle eccellenze archeologiche, culturali e paesaggistiche della regione.
Cerchiamo di attuare una vera e propria politica pubblica.
È evidente, tuttavia, che questa non può essere una politica marginale. Perché la cultura generi davvero risorse servono scelte politiche chiare e condivise che valorizzino la vocazione del nostro territorio.
Di certo l’investimento in cultura è tipicamente “anticiclico”, perché a fronte di risorse relativamente contenute ha un effetto moltiplicatore molto elevato e in tempi molto brevi. Il nostro paese e la nostra regione, in particolare, hanno una fortuna unica: il più grande patrimonio storico-culturale del mondo. Se ben valorizzato, vale più del petrolio e in più non inquina e non diminuisce nel tempo.
Un taglio, come sembra ormai certo, del Fondo Unico per lo Spettacolo del 17% non porterà invece nessun beneficio ai conti pubblici, ma sarà certamente in grado di mettere in ginocchio un settore a tutti gli effetti “produttivo”.

Teatro: preservata continuità e natura dell’esperienza dei teatri di cintura

“Regione Lazio, Provincia di Roma e Comune di Roma hanno approvato oggi il piano di fattibilità sui teatri di cintura nell’assemblea dei soci del Teatro di Roma: si tratta di un grande risultato, che preserva la continuità e la natura stessa di queste importanti esperienze della cintura metropolitana della Capitale”. Lo dichiara in una nota l’assessore alla Cultura, Spettacolo e Sport della Regione Lazio, Giulia Rodano. “Anche grazie allo sforzo finanziario di Regione e Provincia, la gestione dei teatri di Tor Bella Monaca, Ostia Lido e Quarticciolo verrà dunque affidata per tre anni al Teatro di Roma” dichiara Rodano “e ciò scongiura tanto la chiusura di questi spazi quanto una loro privatizzazione: siamo molto soddisfatti, poiché con questa modalità gestionale i teatri di cintura potranno continuare ad esercitare la funzione che le è propria, ovvero luoghi di coesione civile e culturale per aree urbane abitate da centinaia di migliaia di cittadini, che attraverso le associazioni territoriali potranno contribuire anche agli stessi indirizzi dei cartelloni artistici”.

Ostia: forti perplessità su ipotesi di cambio di destinazione d’uso per la Vittorio Emanuele

“Apprendo oggi, in una sede istituzionale, che il XIII municipio intende modificare fortemente il progetto di ristrutturazione dell’ex colonia Vittorio Emanuele di Ostia, peraltro cambiandone parte rilevante della destinazione”. Lo dichiara in una nota l’assessore alla Cultura, Spettacolo e Sport della Regione Lazio, Giulia Rodano.
“Sulla Vittorio Emanuele”, dichiara Rodano “la Regione aveva convocato nelle scorse settimane un tavolo tecnico interistituzionale, cui i rappresentanti del XIII municipio non si erano presentanti. Oggi”, continua “dal presidente Giacomo Vizzani apprendiamo che esiste una specifica volontà di cambiare il progetto di utilizzo del sito: di questo, non era stata data alcuna comunicazione formale agli ufficio regionali preposti. E riguardo quest’ipotesi”, dichiara l’assessore regionale alla Cultura “esprimo poi forti perplessità: sia da un punto di vista procedurale, visto che la gara è già stata espletata, il progetto è ormai in fase esecutiva e dunque si configurerebbe una fattispecie fortemente problematica sul piano giuridico-amministrativo; sia da un punto di vista di merito”, aggiunge poi Rodano “poiché nella finanziaria 2006 il consiglio regionale del Lazio ha approvato un investimento di 900mila euro in adesione ad un progetto e ad una destinazione d’uso della Vittorio Emanuele ben delineati, ovvero come polo culturale polivalente e come possibilità di recupero, per Ostia, di una delle realtà architettoniche più belle del litorale”, conclude l’assessore.

“La cultura è di tutti”. Intervista a Carta

intervista pubblicata da Carta il 20 marzo 2009.

Il governo ha tagliato drasticamente il Fus, facendo capire bene quali sono i settori e i soggetti che devono pagare un pezzo di crisi. Contemporaneamente, Baricco apre con una provocazione la questione delle risorse da investire nella cultura. Da questo scenario sembra che la battaglia è solo tra una «cultura alta» (statale) e il mercato. E’ così?
No, non è così. Il rischio che il panorama culturale sia schiacciato tra la tradizione e l’intrattenimento c’è, esiste. Tuttavia credo che in questo Paese possano ancora nascere fermenti culturali in grado di rinnovare la scena artistica e sfuggire alle logiche del mercato. Me ne sono accorta, ad esempio, nella rassegna cinematografica “Prime visioni”, l’anno scorso, in cui una giuria designata dalla Regione ha selezionato tre film “inediti” da proiettare in sale regionali a spese della Regione ed è stato scelto, tra gli altri, anche uno splendido lungometraggio di quattro ragazzi di Monterotondo, “La rieducazione”. Totalmente autoprodotto, con un costo di 500 euro, pur avendo avuto un’ottima accoglienza in festival internazionali questo film non aveva trovato spazio nella distribuzione tradizionale. Dunque talenti e voglia di fare ci sono. E me ne rendo conto anche  assistendo alle programmazioni delle officine culturali che finanziamo nelle provincie. Anche per rispondere a questa forte domanda, che proviene da associazioni e soggetti culturali di tutto il Lazio,  lo scorso anno abbiamo emesso un bando regionale di finanziamento e sostegno diretto alla produzione e alla creatività.

A Roma Alemanno commissaria il Teatro dell’Opera, finanzia una festa dell’8 marzo con Califano e con uno stand “donne e motori”, taglia le risorse ai municipi e cavalca gli sgomberi dei centri sociali. Come giudichi tutto ciò e quali sono invece politiche culturali della Regione Lazio in termini di investimenti e programmazione?
La nostra idea è ascoltare i territori e partire dalle loro esigenze: per questo deleghiamo agli enti locali il 60% delle risorse della Legge 32, la normativa regionale sullo spettacolo. La concertazione sui bandi con le Provincie e il Comune di Roma serve a far sì che ci sia un riscontro effettivo sulle aree coinvolte. Nello spettacolo dal vivo ci sono poi le iniziative di rete, realizzate con l’Associazione dei Teatri dei Comuni del Lazio e l’Ente Teatrale Italiano, con le quali miriamo a irrigare le aree regionali di un’offerta teatrale e performativa che sia in grado sia di rispondere alla domanda di cultura che di alimentarla. Molto spesso il pubblico va formato, alfabetizzato, informato che esistono opportunità culturali alternative a quelle televisive. Quanto al Comune di Roma, temo che ci sia un denominatore comune dietro quelle iniziative che citate, ovvero un’idea “proprietaria” della Giunta Alemanno rispetto alle istituzioni e alla vita culturale della città: l’idea che non esistano Statuti né organi da rispettare e con cui concertare le decisioni, e che l’azione politica-amministrativa possa prescindere dall’ascolto dei territori. L’esatto contrario di quanto fa la Regione.

Nelle esperienze europee più avanzate, la cultura è considerata bene primario (e bene comune), una cifra importante del livello di civiltà, sicurezza e libertà di un paese. Il legame tra territorio e esperienze di reti indipendenti viene valorizzato. Cosa ne pensi e se questa impostazione vive nella progettazione del tuo assessorato?
Le esperienze indipendenti sono uno dei fulcri della vitalità culturale della Regione Lazio. Nel bando biennale sulle officine culturali, il nostro assessorato promuove proprio questo tipo di esperienze, associative e slegate dai circuiti tradizionali, con l’obiettivo di finanziare soggetti innovatori in territori regionali dove queste iniziative hanno difficoltà di avvio e sopravvivenza. Anche a Roma siamo sostenitori convinti delle esperienze della cintura metropolitana e dell’innovazione: Ostia, il Quarticciolo, Tor Bella Monaca come anche i “teatri di vetro” sono esperienze che devono anche all’impegno regionale, finanziario e politico, la loro continuità. Per quanto riguarda l’Horus, ci siamo fatti promotori di un tavolo interistituzionale per consentire la sopravvivenza della sua esperienza in un territorio difficile e debole dal punto di vista dell’offerta culturale quale quello del IV municipio.

Su quali punti e interventi si caratterizzerà l’ultimo anno di giunta Marrazzo dal punto di vista della cultura?
Aver perfezionato lo stanziamento del Piano Operativo Regionale costituisce un ottimo viatico per il quinto anno di governo: per la prima volta come Regione abbiamo destinato fondi europei di sviluppo regionale (35 milioni di euro) al comparto culturale, riconoscendolo quale volano di sviluppo civile ed economico per la regione. Sullo spettacolo dal vivo, assisteremo ai primi risultati del bando sulla produzione teatrale, e poi vorremmo lanciare un’iniziativa regionale che metta in rete le etichette musicali indipendenti: è sicuramente un settore in grande sofferenza, dove c’è un vuoto del settore pubblico, sia sul piano normativo che della governance territoriale.

Sinistra e cultura: un connubio indissolubile

È difficile negare che le giunte di sinistra prima e quelle di centrosinistra poi abbiano cambiato l’immagine culturale della città. Le prime promossero l’idea che la cultura (teatro, cinema, musica, arti figurative) dovesse uscire dai luoghi deputati e “andare a cercare” il pubblico. Le seconde intuirono che la cultura può essere volano di un modello innovativo di crescita complessiva, economica e civile, della città.
Il Parco della Musica, la crescita e il rinnovamento (vedi il Palazzo delle Esposizioni) dell’offerta di mostre ed eventi, la qualità e i consensi dell’attività teatrale e musicale (vedi le nuove gestioni del Teatro di Roma e del Teatro dell’Opera), l’avvio – ed è una delle attività incompiute- di infrastrutture culturali ed eventi diffusi nella propria periferia, sono “novità” che nascono anche da quell’intuizione.
È un’idea ormai radicata, è un vero e proprio tratto dell’identità della città e dei romani, un esempio per tante altre città. Sarebbe illusorio provare a cancellarla.
Forse allora sarebbe più utile cogliere le sfide che la stagione appena trascorsa ha lasciato ancora aperte. Innanzitutto, il crescente “cultural divide”, la disuguaglianza cioè tra chi può accedere all’offerta culturale e chi non può. Addirittura, tra chi conosce il proprio bisogno di consumo culturale e chi tale bisogno non riesce neppure ad individuarlo.
Si pensi alla disuguaglianza di opportunità culturali tra il centro e le periferie, tra la città che può trascorrere la domenica all’Auditorium e quella che rischia di non avere altro che i mega centri commerciali.
Tutto ciò significa, innanzitutto, investire, mettere soldi sulla cultura, ragionando – come ben evidenziava Emiliani- in una logica almeno di medio periodo. Il contrario, cioè, dei tagli del Governo Berlusconi che rischiano di distruggere la gloriosa tradizione della tutela dei beni culturali e contemporaneamente mettono in crisi lo spettacolo, in primis autori e artisti più giovani e innovativi. Le risorse in cultura, anche quelle di spesa corrente, sono un investimento, soprattutto in tempi di crisi.
In secondo luogo occorre offrire qualità. I Fori Romani e i monumenti dell’antichità vanno tutelati; ma, invece di spendere in inverosimili spettacoli gladiatori o parchi tematici, non sarebbe meglio investire nelle produzioni giovanili, su nuovi luoghi della cultura in ogni quartiere, sull’impegno nelle scuole, sui sistemi bibliotecari, così come nella proposizione di un’offerta culturale di profilo internazionale?
Ridurre il divario culturale investendo nella qualità, scommettendo sui giovani talenti, offrendo produzione culturale a tutti. Cittadini e stranieri. Poveri e ricchi. Laureati e analfabeti. Questa è la sfida, il salto in avanti a cui Roma e tutto il paese dovrebbero ambire.

pubblicato dal Corriere della Sera il 16 gennaio 2009

Spettacolo: ”Ripristinare le risorse destinate al Fus”

Questo l’appello lanciato oggi dall’assessore alla Cultura della regione Lazio nel corso dell’incontro pubblico ‘Lo spettacolo deve continuare’ al teatro Argentina di Roma

Roma, 3 dic. – (Adnkronos/Adnkronos Cultura) – Ripristinare, nella finanziaria di fine anno, la quantità di risorse destinata al Fondo Unico per lo Spettacolo dal vivo. Questo l’appello lanciato, questa mattina presso il Teatro Argentina di Roma, dall’assessore alla Cultura della regione Lazio, Giulia Rodano, nel corso dell’incontro pubblico “Lo spettacolo deve continuare”, organizzato dalla regione stessa, e al quale hanno partecipato rappresentanti di istituzioni, enti, organizzazioni che operano nel settore dello spettacolo dal vivo e più in generale della cultura.

“La qualità della vita in una società contemporanea – ha spiegato l’assessore regionale – viene definita da fattori quali sviluppo economico, pari opportunità d’accesso al lavoro e alla formazione, tutela ambientale, e non ultimo lo sviluppo culturale, che non a caso i nostri padri costituenti hanno collocato tra i principi fondamentali della nostra ‘Carta’. La cultura non è un bene superfluo ma fa parte delle prime necessità di un territorio; è un bene comune della collettività che non va lasciato alle dinamiche di mercato, ma deve essere tutelato finanziato e promosso”.

Anche in base a questi principi “dal maggio 2005 – ha sottolineato la Rodano – la regione è stata in prima linea per quello che riguarda la produzione di spettacoli teatrali, concerti, laboratori formativi per l’accesso ai nuovi linguaggi. Perchè la cultura è un elemento fondamentale per l’identità, lo sviluppo, la coesione sociale dei territori del Lazio. Questo lavoro importante – ha concluso l’assessore alla Cultura – rischia oggi di essere fortemente compromesso dal pesante taglio economico al Fus annunciato negli ultimi mesi dal Governo nazionale”.

Un appello, quello lanciato dall’assessore regionale Giulia Rodano nel corso dell’incontro pubblico “Lo spettacolo deve continuare”, condiviso anche dall’assessore alla Cultura del comune di Roma, Umberto Croppi: “Sono d’accordo che ci debba essere un impegno istituzionale congiunto per cercare di risolvere le problematiche del settore culturale, per il quale esiste nel nostro Paese una sostanziale indifferenza. Noi del comune, insieme a provincia e regione, abbiamo dato prova di quanto sia importante ragionare insieme su certe problematiche, al di là degli schieramenti politici”.

Un’iniziativa congiunta “che veda impegnati operatori e istituzioni culturali e che ponga l’accento sulla necessità di mantenere gli investimenti in questo settore è un’azione che può dare i suoi frutti. Quello che è certo è che dobbiamo fare in modo che non sia la cultura a dover pagare la crisi che indubbiamente stiamo attraversando. In passato lo spettacolo dal vivo – ha proseguito Croppi – ha beneficiato di forme di intervento pubblico. Queste possibilità oggi vengono a ridursi. Quello che è certo, però, è che non devono mancare interventi infrastrutturali e di sistema. Su di essi non si deve indietreggiare”.

L’impegno economico degli enti territoriali nel settore dello spettacolo “è sempre stato maggiore – ha sottolineato il presidente di Federculture, Giorgio Van Straten – rispetto a quello profuso dallo Stato. Sia i governi di centro-destra che quelli di centro-sinistra, a parte una parentesi con l’ultimo Governo Prodi, hanno tagliato il Fondo Unico per lo Spettacolo. Per il 2008 e il 2009 la tendenza è la stessa. Si parla spesso di eliminare gli sprechi. Io – ha proseguito Van Straten – sono convinto della necessità che nel nostro settore si facciano delle riforme. Quest’ultime, però, non possono essere fatte senza che ci siano investimenti profondi per la cultura”.

In un momento difficile per il settore della cultura, e dello spettacolo dal vivo più in particolare “devo registrare che c’è una forte unità d’intenti – ha sottolineato il presidente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Bruno Cagli – tra regione Lazio, provincia e comune di Roma. Il nostro patrimonio culturale esiste e dobbiamo difenderlo. Ma dobbiamo anche rilanciare il dialogo con il pubblico. Se Santa Cecilia nell’ultimo anno ha venduto 500mila biglietti è perchè ha un rapporto costante con la gente”.

Esiste certamente “la necessità di razionalizzare le risorse – ha proseguito il presidente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia – perchè se si è passati dai 10-12 conservatori di una volta, ai circa 120 di oggi, molti dei quali in città di provincia e con professori inadeguati, un problema credo che esista. Serve però anche ricostruire un tessuto connettivo. Bisogna, inoltre – ha concluso Cagli – difendere i nostri valori, e per farlo serve riprendere coscienza di quali essi siano”.

LA DEMOCRAZIA, UN MODERNO MECENATE

Immaginiamo che, d’un tratto, nel nostro Paese non ci fossero più risorse per finanziare le attività culturali: sarebbe il caos, più o meno come in quel formidabile romanzo di Saramago (“Cecità”) in cui gli abitanti di una città diventano tutti ciechi, uno dopo l’altro. Non ci sarebbero più teatri né sale cinematografiche, gli studi di Cinecittà abitati solo da topi, i monumenti inselvatichiti, discariche piene di attrezzi e costumi di scena, di violini e pianoforti, la Scala di Milano ricettacolo di promiscuità etniche, la Loggia dell’Orcagna luogo di pernottamento per i senzatetto, la laguna di Venezia una cloaca, i Musei ermeticamente sbarrati alla maniera delle case impestate. L’Albania apparirebbe come una sorta di Eden.

Naturalmente tutto questo non accadrà mai, o per essere più prudenti, non almeno in questo secolo che è appena cominciato. Per buttare a mare almeno cinque millenni di storia e di civiltà umana, ci vuole un po’ più di tempo. Ho voluto però usare una metafora del futuro, immaginando la perdita non della vista, come nel romanzo di Saramago (che simula una cosa altrettranto impensabile dello scenario che ho immaginato), ma della ragione, per combattere un’idea che sotto sotto alligna anche in qualche area, diciamo così, illuminata. Nel nome, ovviamente, di quella parolina (“compatibilità”), dietro la quale spesso si nasconde qualcosa di diverso. Intanto, qualche puntino sulle “i” andrebbe messo anche su questo argomento.

Se Veltroni (e prima di lui anche Rutelli) non avesse capovolto un’idea retrograda (il prodotto culturale non ha mercato), non avremmo toccato con mano una verità ovvia, ma che è diventata ovvia proprio grazie all’esperienza di Roma e cioè che l’offerta di cultura può essere addirittura volano per dare respiro al sistema economico. Certo, la stessa cosa non potrebbe accadere a Campobasso o a Foggia, ma direi che non potrebbe accadere neanche a Treviso, o a Domodossola, e non per colpa loro. E’ una cosa invece che potrebbe connotare un territorio come il Lazio. Ma non è questo il punto che mi interessa sottolineare ora.

Il grado di avanzamento di una società è dato anche dalla sua capacità di produrre cultura. Ci sono esempi illustrissimi, anzi esempi da cui poi è scaturita un’idea generale di come si può dare impulso alle varie forme in cui la cultura viene prodotta. L’esempio più illuminante è, naturalmente, quello di Mecenate, ministro di Ottaviano Augusto nella Roma imperiale giunta al suo culmine. Oggi noi godiamo ancora delle cose si fecero allora. Mecenate chiamò a Roma i più brillanti intellettuali dell’epoca (poeti, scrittori, architetti, urbanisti) e li protesse, li finanziò, li promosse. Così avvenne in Grecia, nell’età di Pericle. L’Italia, culla de cristianesimo e delle prime forme di autonomie locali, ha avuto almeno fino al Cinquecento nella Chiesa, nei Comuni e nelle Signorie i committenti di tutte le più grandi opere artistiche e urbanistiche del nostro Paese. Una ricchezza che non ha uguali al mondo.. Oggi, nelle forme della democrazia, Mecenate non può che essere l’intervento pubblico, che rispetto al passato si qualifica per tre caratteristiche: può essere esercitato solo nella trasparenza, deve offrire a tutti la medesima opportunità, è sottoposto al controllo dell’uso delle risorse.

Siamo noi intervento pubblico (Governo, Regioni, Comuni), dunque, i nuovi Mecenate, con un compito più difficile, ma anche con un obiettivo che le società non democratiche non avevano come fine: soddisfare l’esigenza di un bene comune. E lo siamo perchè c’è un pensiero nuovo che altre epoche non hanno conosciuto: la diversità culturale è un valore.

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