LA DEMOCRAZIA, UN MODERNO MECENATE
Immaginiamo che, d’un tratto, nel nostro Paese non ci fossero più risorse per finanziare le attività culturali: sarebbe il caos, più o meno come in quel formidabile romanzo di Saramago (“Cecità”) in cui gli abitanti di una città diventano tutti ciechi, uno dopo l’altro. Non ci sarebbero più teatri né sale cinematografiche, gli studi di Cinecittà abitati solo da topi, i monumenti inselvatichiti, discariche piene di attrezzi e costumi di scena, di violini e pianoforti, la Scala di Milano ricettacolo di promiscuità etniche, la Loggia dell’Orcagna luogo di pernottamento per i senzatetto, la laguna di Venezia una cloaca, i Musei ermeticamente sbarrati alla maniera delle case impestate. L’Albania apparirebbe come una sorta di Eden.
Naturalmente tutto questo non accadrà mai, o per essere più prudenti, non almeno in questo secolo che è appena cominciato. Per buttare a mare almeno cinque millenni di storia e di civiltà umana, ci vuole un po’ più di tempo. Ho voluto però usare una metafora del futuro, immaginando la perdita non della vista, come nel romanzo di Saramago (che simula una cosa altrettranto impensabile dello scenario che ho immaginato), ma della ragione, per combattere un’idea che sotto sotto alligna anche in qualche area, diciamo così, illuminata. Nel nome, ovviamente, di quella parolina (“compatibilità”), dietro la quale spesso si nasconde qualcosa di diverso. Intanto, qualche puntino sulle “i” andrebbe messo anche su questo argomento.
Se Veltroni (e prima di lui anche Rutelli) non avesse capovolto un’idea retrograda (il prodotto culturale non ha mercato), non avremmo toccato con mano una verità ovvia, ma che è diventata ovvia proprio grazie all’esperienza di Roma e cioè che l’offerta di cultura può essere addirittura volano per dare respiro al sistema economico. Certo, la stessa cosa non potrebbe accadere a Campobasso o a Foggia, ma direi che non potrebbe accadere neanche a Treviso, o a Domodossola, e non per colpa loro. E’ una cosa invece che potrebbe connotare un territorio come il Lazio. Ma non è questo il punto che mi interessa sottolineare ora.
Il grado di avanzamento di una società è dato anche dalla sua capacità di produrre cultura. Ci sono esempi illustrissimi, anzi esempi da cui poi è scaturita un’idea generale di come si può dare impulso alle varie forme in cui la cultura viene prodotta. L’esempio più illuminante è, naturalmente, quello di Mecenate, ministro di Ottaviano Augusto nella Roma imperiale giunta al suo culmine. Oggi noi godiamo ancora delle cose si fecero allora. Mecenate chiamò a Roma i più brillanti intellettuali dell’epoca (poeti, scrittori, architetti, urbanisti) e li protesse, li finanziò, li promosse. Così avvenne in Grecia, nell’età di Pericle. L’Italia, culla de cristianesimo e delle prime forme di autonomie locali, ha avuto almeno fino al Cinquecento nella Chiesa, nei Comuni e nelle Signorie i committenti di tutte le più grandi opere artistiche e urbanistiche del nostro Paese. Una ricchezza che non ha uguali al mondo.. Oggi, nelle forme della democrazia, Mecenate non può che essere l’intervento pubblico, che rispetto al passato si qualifica per tre caratteristiche: può essere esercitato solo nella trasparenza, deve offrire a tutti la medesima opportunità, è sottoposto al controllo dell’uso delle risorse.
Siamo noi intervento pubblico (Governo, Regioni, Comuni), dunque, i nuovi Mecenate, con un compito più difficile, ma anche con un obiettivo che le società non democratiche non avevano come fine: soddisfare l’esigenza di un bene comune. E lo siamo perchè c’è un pensiero nuovo che altre epoche non hanno conosciuto: la diversità culturale è un valore.



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