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Sanità: basta con i tagli, occorre riformare il sistema

La situazione della sanità nel Lazio è purtroppo nota da tempo. Ci sono problemi strutturali, determinati in particolar modo dal ruolo di Roma e dall’accentrarsi nella capitale di strutture universitarie, di ricerca, di strutture classificate. Da sempre l’assistenza coincide di fatto con il ricovero, non solo nelle acuzie, ma in tutti i settori, dalla riabilitazione all’assistenza protratta, a quella per gli anziani. A questo, negli ultimi dieci anni si è aggiunta l’emergenza finanziaria: il debito di 10 miliardi di euro, accumulato dalla Giunta Storace; e il disavanzo annuale, che sempre in quegli anni viaggiava attorno a 2 miliardi di euro. Le politiche nazionali hanno continuato e continuano a considerare la sanità soltanto un problema di spesa pubblica e di tagli, con le conseguenti decisioni di blocco del turn over, riduzione delle spese per beni e servizi, aumento dei ticket, blocco degli investimenti, aumento della pressione fiscale. L’ultima manovra del governo Berlusconi si muove ancora tutta in questa direzione. Dal 2005 al 2010, tra difficoltà e sacrifici in ogni settore del bilancio regionale, la Giunta di centrosinistra ha operato in questo quadro, ottenendo risultati significativi. Il debito è stato coperto con un mutuo trentennale, e il disavanzo annuale è diminuito del 9% annuo. Ma a quale prezzo sono stati raggiunti questi obiettivi? Effettuando tagli, riduzioni di posti letto, accrescendo l’imposizione fiscale. E anche le esperienze migliori, più innovative, dalla centrale unica degli acquisti alla fatturazione elettronica, alla riduzione significativa della spesa farmaceutica, alla trasformazione di alcune strutture per acuti in strutture a servizio della assistenza non di ricovero, alla messa in cantiere di nuove strutture in grado di trasformare gli attuali piccoli ospedali senza privare i cittadini del loro spesso unico punto di riferimento sanitario, non sono ancora riusciti a diventare una politica alternativa.
Ora occorrerebbe cambiare. Approfittare dei sacrifici compiuti e dei risultati raggiunti, per cominciare a trasformare strutturalmente il sistema. Gli ultimi decreti commissariali dimostrano invece che non è stata ottenuta – e forse neppure cercata – nessuna ricontrattazione del piano di rientro, tanto annunciata nella lunga campagna elettorale.
In realtà, proseguire – come nei recenti decreti della Polverini – nella strada dei tagli orizzontali, uguali per tutti, su personale, beni e servizi, sulla chiusura troppo spesso casuale di questo o quell’ospedale, sull’imposizione di tetti tutti uguali ai privati accreditati, non ha altra conseguenza che aggravare, oltre il possibile e il necessario, il peso del risanamento sui cittadini, che pagheranno con la riduzione dei servizi, nonché poi sulle strutture migliori, sia pubbliche che private, che meno sono in condizione di sopportare lo stillicidio dei tagli. E alla fine, le conseguenze saranno, ancora una volta, l’aumento delle tasse, come previsto dal decreto scomparso, il N° 49, emanato dalla Polverini. E, come annunciato da quello stesso decreto, l’aumento dei tichet su farmaci, specialistica e riabilitazione, e l’imposizione di quello sul pronto soccorso.
Occorrerebbe avere il coraggio di rifiutare il commissariamento e restituire alla Regione, alla sua Giunta e al Consiglio regionale, la possibilità di agire per riformare il sistema sanitario. Ma ciò che sta accadendo non somiglia affatto a questa necessità. Renata Polverini persevera nell’errore imposto dai ministri Tremonti e Sacconi: fare cassa rapidamente, tagliare in modo indiscriminato chi funziona, e, parole sue, “rimandare i bisogni dei cittadini al 2011”.
Eppure le possibilità oggi ci sarebbero: si potrebbe mettere mano all’accreditamento e alle politiche tariffarie per incentivare la riduzione delle attività di ricovero in favore della presa in carico e dei percorsi assistenziali, e quindi cominciare veramente a spostare risorse umane, materiali, finanziarie a favore del territorio. Si potrebbe approfittare della tanto decantata maggiore flessibilità del privato, per chiedergli di cominciare a cambiare i modi per prestare assistenza. Si potrebbe cominciare a fissare le tariffe in base alla complessità delle strutture e non senza attendersi riduzioni di spesa, come invece afferma il piano di rientro firmato dalla Polverini. Si potrebbe finalmente mettere a punto sistemi di controllo degli scostamenti dall’appropriatezza, come aveva cominciato a fare l’ASP,  e su questi costruire un sistema di sanzioni che scoraggino realmente i comportamenti opportunistici. Insomma, approfittare del lavoro svolto, per cominciare a cambiare.

Lettera aperta al PD

giu_9592Le regioni sono una buona esperienza del centrosinistra. Il rapporto con l’UDC non può sconfessarla.

Mancano meno di tre mesi alle votazioni per le elezioni regionali. In alcune Regioni, tra cui la mia, il Lazio, ancora non sappiamo con quali alleanze, con quali programmi e con quali uomini, sfideremo il centro-destra.

Lo stallo in cui oggi ci troviamo nasce dalla decisione del PD di tenere tutto fermo in attesa che l’UDC chiarisca se e dove intende partecipare a coalizioni di centro-sinistra.

I risultati di questa condotta sono sotto gli occhi di tutti: in Puglia la pregiudiziale anti-Vendola dell’UDC con il connesso rifiuto di scegliere il candidato attraverso elezioni primarie, ha portato a fare con molto ritardo e con diversi danni collaterali quello che si poteva fare due mesi fa; nel Lazio, l’idea di attendere l’esito delle primarie pugliesi, alimenta l’immagine di un PD e di una coalizione in stato confusionale.

Non è un buon viatico per il centro-sinistra che si appresta a combattere un battaglia dura e difficile. E non è un buon viatico neppure per il PD di Bersani.

Occorre un rapido cambio strategia politica.

Bisogna partire da ciò che è stato in questi anni il centro-sinistra al governo di molte tra le più importanti e significative Regioni.

C’è un patrimonio di valori, di idee, di scelte di governo che non può essere gettato al macero in nome dell’alleanza con l’UDC.

La scelta anti-nuclearista; i primi abbozzi di un nuovo modello di sviluppo economico e dell’occupazione fondati sull’ecologia, sulla cultura, sulla conoscenza e quindi al sostegno alla impresa innovativa, soprattutto piccola e media; l’allargamento di vecchie forme e l’invenzione di nuovi modelli di ammortizzatori sociali; la tutela dei beni comuni; la politica dei diritti a cominciare da quelli degli ultimi, dei più discriminati; l’ispirazione laica nella gestione regionale di delicate materie come quelle della famiglia o dell’interruzione di gravidanza, sono i tanti tasselli che hanno composto in questi anni il mosaico delle politiche regionali là dove il centro-sinistra ha governato.

E’ un lavoro che non possiamo gettare al vento, riducendo la politica alla mera scelta delle persone o ad una sommatoria di partiti senza chiari contenuti programmatici.

Questo non vuol dire, tuttavia, porre pregiudiziali ad alleanze di centro-sinistra che accanto al PD, all’IDV e a tutte le forze della sinistra, comprendano anche l’UDC.

Il nodo da sciogliere riguarda il contenuto politico-programmatico del rapporto con l’UDC.

La scelta del PD è  allargare all’UDC, considerandola l’unica possibilità per tornare a vincere. Ma per far questo il PD è disposto a scarica la sinistra e disperdere così il lavoro di questi anni?

Se di questo si trattasse ci troveremmo di fronte ad una grave scelta politica del PD e la sconfitta alle elezioni regionali sarebbe più che certa.

Si tratta di un puro calcolo elettorale? I voti degli elettori e delle elettrici non si sommano in assenza di un progetto politico condiviso che li convinca. Le semplici convenienze di potere dei partiti non creano consenso, anzi il più delle volte alimentano l’astensionismo.

Si allarga all’UDC per impedire che Berlusconi  usi le elezioni regionali  come una sorta di referendum pro o contro i suoi tentativi di dare una spallata alla nostra Costituzione in nome di riforme istituzionali di tipo plebiscitario e neo autoritario?

In questo caso l’allargamento all’UDC avrebbe un contenuto politico che sicuramente a sinistra troverebbe orecchie attente.

Il rapporto con l’UDC, per essere politicamente valido e vincente non può che essere un valore aggiunto, non creare perdite di consensi in altri settori dell’elettorato. Altrimenti non delle regioni si tratta, né della lotta contro politico-istituzionali di Berlusconi, ma di un’altra puntata del trasformismo italiano.

Forse c’è ancora una strada, che va imboccata subito senza ulteriori ritardi, per evitare che il rapporto con l’UDC si trasformi in una scelta perdente. Valorizzare con orgoglio le scelte fatte al governo delle regioni, avendo la capacità di cambiarle e rinnovarle là dove l’esperienza ne ha mostrato la necessità.

600 volte grazie

Card1Ho visto all’Alpheus tantissimi amici. Non me l’aspettavo.

Amici e Amiche di vecchia data che mi hanno conosciuta negli anni del mio impegno istituzionale nella Sanità.

Ma anche Amici e amiche che hanno seguito il mio lavoro come Assessore alla cultura e allo sport della Regione Lazio.

Ho visto compagni e compagne di milizia politica che hanno condiviso con me le sofferte scelte politiche di questi anni.

Io voglio ringraziarli tutti per l’onore che hanno voluto farmi.

E’ stata una presenza  numerosa che mi ha commosso e che mi  incoraggia di fronte agli impegni che mi attendono e  che ci attendono.

Un ringraziamento particolare lo voglio dare pubblicamente  ai miei più stretti collaboratori e agli amici di ArtAttack che hanno organizzato e reso possibile la serata all’Alpheus.

L’occasione che ci ha riunito  è il Natale e l’Anno nuovo che sta per cominciare.

Un’occasione di festa e di scambio di auguri.

All’Alpheus, però, non si è riunito soltanto un gruppo di amici che si ritrovano per scambiarsi un abbraccio, una stretta di mano o per augurarsi un anno nuovo migliore di quello che sta per terminare.

Si è incontrata  anche una comunità di persone che condividono passione politica, valori civili e impegno concreto nei più svariati ambiti della società.

E’ una condivisione che reclama, in questo momento, una riflessione comune sulle sfide che tutti insieme abbiamo di fronte.

Nel biglietto di auguri natalizi che ho voluto consegnare a tutti i presenti, in ricordo della serata, c’è un logo e una scritta.

Il logo è una faccina stilizzata e la scritta recita “Giulia Rodano contro i giganti”.

Non so quanto quella faccina mi rappresenti, colga l’essenza di quello che realmente sono. Aspetto il vostro giudizio.

La faccina stilizzata sicuramente corrisponde alla mia nota idiosincrasia verso i “faccioni” che già cominciano a comparire in vista delle elezioni regionali.

“ Giulia Rodano non è qui” recitavano i manifesti senza faccia dell’ultima mia campagna elettorale. Ricordate?

Perché “Giulia Rodano contro i giganti”?

Non è dei giganti buoni che parlo.

Parlo di quelli che usano il loro essere gigante come una clava, come un’arma contundente per imporre, grazie alla loro forza e alle loro dimensioni, i loro interessi a discapito di quelli che giganti non sono.

Ognuno di noi nella sua vita quotidiana, nel suo lavoro, nelle sue relazioni sociali ha a che fare con questo tipo di giganti.

Tutti ne sentiamo il peso, anche se non sempre siamo in gradi di vederli.

Sono i poteri forti, i grandi interessi privati che vogliono prevalere su quelli dei cittadini, su chi ha meno forza e meno protezioni.

Nella mia lunga esperienza istituzionale Alla Regione Lazio, ho avuto più volte occasione di scontrarmi con questi giganti.

All’opposizione come al Governo.

Questo non vuol dire che i giganti sono imbattibili e che gli interessi dei cittadini sia destinati sempre a soccombere.

L’esperienza di questi anni al governo della Regione Lazio dimostra che i giganti si possono battere o quanto meno contrastare.

Con l’azione di Governo abbiamo cercato con i fatti di far capire che è meglio investire per valorizzare i beni culturali o costruire e far funzionare un teatro o sostenere le iniziative locali di promozione delle attività culturali che abbandonare i cittadini alla sola offerta di mercato che oggi non può che imitare i modelli televisivi dominanti.

Che è meglio aiutare la produzione culturale indipendente che quella condizionata dalle grandi concentrazioni dell’industria culturale

Che è meglio il recupero e la riqualificazione della città costruita che consumare territorio con l’espansione edilizia.

Che favorire la produzione alternativa di energie alternative, è meglio che localizzare nuove centrali nucleari o a combustibili fossili.

Abbiamo dimostrato che è meglio la raccolta differenziata e il riciclaggio che i termovalorizzatori.

Con maggior fatica abbiamo difeso la sanità pubblica, contro i giganti che cercano con pervicacia di asservirla agli interessi privati e di svuotarne il suo carattere universale di servizio aperto a tutti.

Abbiamo dimostrato che le energie alternative sono meglio di quelle non rinnovabili e inquinanti.

Che la gestione pubblica dell’acqua e dei servizi pubblici locali non va abbandonata alla logica esclusiva del profitto.

Il centrosinistra nel Lazio ha fatto molte di queste scelte.

Ma la scarsità delle risorse, ritardi culturali, pressione dei poteri costituiti non hanno consentito di farne una organica idea di sviluppo.

Questa idea di sviluppo, l’unica possibile per la Regione, presuppone un forte impegno di risorse pubbliche per consentire e indirizzare la mobilitazione delle risorse private.

Questo è uno sviluppo che richiede e sollecita e il consolidamento di un vasto tessuto d’imprese piccole e medie, contro la logica dei grandi interventi costruiti su misura degli interessi e delle imprese più forti.

Oggi su tutti noi incombe un grave pericolo, il pericolo che i potenti interessi che si sono insediati al governo del Paese possano dilagare anche nei territori e nelle Regioni che finora hanno resistito.

Sono interessi incapaci di rispondere alla crisi economica e sociale e che minacciano di travolgere assieme alla coesione sociale le basi della nostra stessa democrazia.

Non era mai accaduto nel corso della storia repubblicana degli ultimi sessanta anni che un Presidente della Repubblica definisse le esternazioni di un Presidente del Consiglio “un violento attacco contro fondamentali istituzioni di garanzia volute dalla Costituzione italiana”.

Non vi è alcun dubbio che Berlusconi voglia trasformare la consultazione elettorale prossima in una sorta di referendum pro o contro di lui.

Per questo le prossime elezioni regionali costituiscono un banco di prova importante.

Se questa è la posta in gioco, non è più tempo di coltivare piccoli interessi di partito, di ragionare in astratto sulla collocazione di ciascuno nello scacchiere politico, o di perseguire piccole o grandi convenienze di potere, né di porre pregiudiziali immotivate.

A partire dalla coalizione che ha governato in questi anni la Regione Lazio, c’è bisogno, se si vuole bloccare il disegno berlusconiano di una repubblica populista e plebiscitaria, di allargare i confini della alleanza che si vuole candidare a governare per cinque anni la nostra Regione.

C’è bisogno, subito, di discutere di programma e di trovare gli uomini o le donne che meglio lo possano rappresentare e realizzare.

A cominciare dal candidato o dalla candidata Presidente.

A me questa sembra una buona battaglia.

Con il vostro sostegno, con quello di Sinistra,Ecologia e libertà, è una buona battaglia che certamente  e comunque combatterò.

Qualche idea per un nuovo programma del centrosinistra

La decisione del Coordinamento Nazionale di SeL di mettere al primo punto all’ordine del giorno dell’Assemblea del 19 dicembre “la discussione e votazione di un manifesto programmatico per le prossime elezioni regionali” consente di verificare veramente se SeL è qualcosa di più di una alleanza elettorale e se è possibile, come io credo, condividere valori, visioni, contenuti.
Tutti sappiamo che attraverso le Regioni passano scelte importanti per il futuro democratico e dei diritti, per il futuro sociale ed economico del Paese.
Discutere di quali scelte debbano compiere le Regioni è dunque parte  significativa del processo di costruzione di SeL.
Sarebbe necessario semmai che il Coordinamento nazionale producesse subito, senza aspettare il 19 dicembre,  una proposta programmatica, per poter avviare una discussione pubblica che non ci faccia arrivare in ritardo rispetto alle decisioni che nelle singole regioni si stanno assumendo in queste settimane.
D’altra parte, si parla di primarie e di primarie di coalizione. Solo Nel Lazio sono girati sui giornali decine di nomi. Ma nessun nome si lega a idee, progetti, scelte. Rischiamo ancora una volta di scegliere il più noto, il più televisivo.
Se vogliamo cominciare a cambiare l’idea lideristica e plebiscitaria, che anche Bersani sembra voler combattere, allora si dovrà discutere del progetto, delle idee. Il nome dovrebbe poter essere “consequentia rerum”, per la biografia, per le scelte che è in grado di interpretare.
L’esperienza degli ultimi cinque anni al governo della Regione Lazio, mi ha convinto ulteriormente di questo. Vorrei tentare allora di proporre alla discussione qualche idea.
Il centrosinistra alla Regione Lazio ha, negli scorsi cinque anni, governato all’interno di una ferrea gabbia, costituita dai dieci miliardi di debito lasciati dalla giunta Storace, dal vero e proprio nodo scorsoio del patto di stabilità interno, dalle politiche di taglio indiscriminato alla spesa pubblica e di riduzioni alle entrate fiscali degli Enti locali dei diversi governi nazionali.
Il tutto ha prodotto una drastica, a volte persino drammatica, riduzione delle risorse disponibili, in una logica che spingeva i governi locali a diventare gli esecutori di politiche di restrizione e taglio dell’intervento pubblico su settori essenziali della vita civile e dello sviluppo.
Le politiche neoliberiste dei governi nazionali e il peso della eredità tendevano a costringere la regione a politiche di tagli di servizi e di compromissione e alienazione dei beni comuni, dal territorio, all’acqua, ai beni culturali, alla salute.
Il centrosinistra del Lazio ha cercato di evitare il collasso del servizio sanitario pubblico, di praticare politiche nuove in settori decisivi del governo della regione, dalle politiche ambientali, ai servizi sociali a quelle culturali e del lavoro.
Nella prossima legislatura, proprio perché abbiamo ridotto il peso della eredità di Storace, immettendo risorse nuove dove il governo tagliava, la Regione può e deve uscire dalla gabbia.
A me sembra questo è il primo e essenziale punto di programma che credo valga per l’insieme delle Regioni. Occorre diventare protagonisti di una battaglia contro la logica liberista che ha creato la crisi economica mondiale e in Italia ha indebolito la capacità di intervento e di azione dei poteri pubblici a sostegno dello sviluppo e a tutela dei diritti dei cittadini.
Cosa abbiamo di fronte: tante persone che perdono il lavoro e tantissimi giovani, diplomati e laureati, che non lo trovano e non hanno neppure prospettiva di trovarlo nel futuro. Tanti lavoratori e lavoratrici precari, tendenzialmente a vita. Tante imprese, piccole e medie in gravissima difficoltà, senza credito e senza prospettive. Un deterioramento della qualità dei servizi pubblici e della qualità del vivere. Tanti problemi acuti che richiedono soluzioni nuove, dai rifiuti, all’energia, alla mobilità all’emergere di nuove marginalità e di crescenti povertà. La crescente difficoltà di quanti si occupano e producono cultura e ricerca.
La crisi economica mondiale ci indica una strada.
Il mercato non è riuscito e non riesce ad aumentare la ricchezza e a distribuirla equamente.
Dobbiamo combattere concretamente l’idea che il mercato sia l’unico metro di valutazione per tutte le sfere della vita associata. Che non esistono più cittadini, ma solo consumatori. Vi sono aree in cui il mercato funziona male e aree in cui non deve entrare.
Occorre rilanciare l’intervento pubblico, l’unico che può tutelare i beni comuni, accrescere i diritti e il benessere, creare le nuove convenienze della economia che può uscire dalla crisi.
Le Regioni possono e devono avere un ruolo fondamentale nel contribuire a creare una società solidale, colta e compatibile, una economia della solidarietà, dell’ambiente e della cultura.

Società solidale vuol dire:
rafforzare l’intervento pubblico a sostegno della universalità dei diritti.
Includere i nuovi cittadini, accogliere gli immigrati
Fermare l’indebolimento della sanità e dei servizi pubblici, provocato dalle politiche di taglio indiscriminato, consentendo qualità di funzionamento elevata e perciò efficiente.
È l’aumento della qualità che consente il risparmio e l’efficienza. Non il contrario. I tagli indiscriminati provocano solo inefficienza e spreco. Occorre ricominciare ad investire.
Soltanto la crescita dei servizi pubblici, in quantità e qualità, può dare basi effettiva a una nuova cittadinanza accogliente.
Società colta vuol dire garantire l’accesso alla cultura e nello stesso tempo aiutare a produrre cultura, consentire di fruire delle ricchezze e delle opportunità culturali. Vuol dire costruire tante infrastrutture culturali, materiali e immateriali, tante opportunità di creatività, tante nuove occasioni, fuori dalla industria televisiva dell’intrattenimento. Vuol dire tutelare, difendere e rendere fruibile il patrimonio culturale che abbiamo ricevuto in eredità. Vuol dire poter aver accesso ovunque ai libri, ai film, alla rete. Vuol dire combattere il divario tra chi può e chi non può accedere.
Società compatibile vuol dire avere la possibilità di vivere, lavorare, consumare senza dover distruggere l’habitat in cui si vive. Vuol dire una mobilità collettiva e comoda allo stesso tempo, un consumo energetico giusto e rinnovabile, favorire industrie non energivore, non consumare il territorio per abitare e lavorare, attuare una politica di riduzione e di riciclaggio dei rifiuti.

Questa società richiede una riconversione ecologica, sociale e culturale dell’economia, richiede nuova idea di sviluppo che non è affidabile solamente al mercato che ha bisogno di un forte intervento pubblico, di una finalizzazione delle risorse pubbliche.

Questa società richiede di fare scelte di politica economica e di allocazione delle risorse pubbliche.
Meglio la raccolta differenziata e il riciclaggio che i termovalorizzatori
Meglio assistere a casa che ricoverare chi ha malattie croniche. Deve essere sancito e garantito il diritto alla continuità assistenziale, ad essere protetto e seguito chiunque è costretto a convivere con la malattia e la disabilità. La sanità pubblica deve salvare la vita, ma anche aiutare a vivere.
Meglio la generalizzazione della assistenza domiciliare, dei percorsi di continuità assistenziale, che la crescita delle convenzioni con le cliniche per ricoverare i malati cronici o gli anziani.
Meglio investire per valorizzare i beni culturali o costruire e far funzionare un teatro o sostenere le iniziative locali di promozione delle attività culturali che abbandonare i cittadini alla sola offerta di mercato che oggi non può che imitare i modelli televisivi dominanti.
Meglio aiutare la produzione culturale indipendente che quella condizionata dalle grandi concentrazioni dell’industria culturale
Meglio il recupero e la riqualificazione della città costruita che consumare territorio con l’espansione edilizia.
Meglio favorire la produzione alternativa di energie alternative, che localizzare nuove centrali nucleari o  a combustibili fossili.
Meglio le energie alternative di quelle non rinnovabili e inquinanti.
Meglio avere la gestione pubblica dell’acqua e dei servizi pubblici locali che lasciarli alla logica del profitto. I servizi pubblici locali devono essere considerati beni comuni contro ogni logica di mercificazione e privatizzazione.
Il centrosinistra nel Lazio ha fatto tante di queste scelte.
Ma la scarsità delle risorse, ritardi culturali, pressione dei poteri costituiti non hanno consentito di farne una organica idea di sviluppo.
Questa idea di sviluppo, l’unica possibile per la Regione, presuppone un forte impegno di risorse pubbliche per consentire e indirizzare la mobilitazione delle risorse private. Questo è uno sviluppo che richiede e sollecita e il consolidamento di un vasto tessuto di imprese piccole e medie, contro la logica dei grandi interventi costruiti su misura degli interessi e delle imprese più forti.
Questa idea richiede una forte sollecitazione di risorse tecnologiche e intellettuali, su cui costruire un vero e proprio piano del lavoro nella regione, finalizzando a questo scopo le risorse europee.
Utilizzare tutte le forme di sostegno al reddito e alle imprese anche per aiutare la riconversione dell’economia, cessando ogni forma di aiuto alle imprese che de localizzano, licenziano o utilizzano lavoratori in nero.
Per avanzare solo alcuni esempi su cui può essere possibile una estrapolazione di dati di tendenza:
Intervenire sul risparmio e sul rinnovamento energetico degli edifici, a cominciare da quelli pubblici, può creare almeno 11.000 posti di lavoro.
Portare l’agricoltura biologica del Lazio all’obiettivo del 30% del settore agricolo può mettere in moto oltre 14.000 posti di lavoro.
Il 20% delle energie rinnovabili nel Lazio, possono produrre almeno 16.000 posti di lavoro.
Sostenere la manutenzione, la valorizzazione del territorio attraverso i suoi beni culturali e la crescita del turismo culturale e sostenibile si possono creare almeno 7.000 posti di lavoro.
Portare al 50% la raccolta differenziata entro il 2011 significa, nel Lazio, una crescita di migliaia di posti di lavoro.
Occorre aggiungere le possibili implicazioni occupazionali legate a possibili investimenti per riqualificare il territorio, estendere trasformare le coperture sociali e il riconoscimento dei diritti di cittadinanza, lo sviluppo dei settori direttamente legati alla produzione culturale e all’estensione dell’accesso alla rete.
L’importante è compiere scelte chiare, non disperdere le risorse, offrire alle imprese indicazioni di marcia univoche, facendo lavorare insieme tutti gli strumenti della Regione.
Offrire alla regione una identità produttiva e di sviluppo.
Di pari passo con le idee di un nuovo tipo si sviluppo economico e sociale deve andare la politica istituzionale.
Anche dalle regioni deve partire una controffensiva per contrastare la deriva plebiscitaria e populista che si vuole imporre a livello nazionale.
A Costituzione vigente, devono essere introdotte negli Statuti regionali tutte le correzioni necessarie per stabilire contrappesi reali alla logica presidenzialista del Governo regionale.
È assurdo, ad esempio, che si debba tornare a votare, in caso di impedimento per qualsiasi motivo del presidente. In questi casi è giusto che la regione possa continuare a funzionare.
Il presidente, anche se eletto direttamente non impersona tutta l’istituzione. Se esiste una maggioranza politica, che è stata legittimata dagli elettori, questa finchè c’è, deve poter governare.
La governabilità non si assicura riducendo la rappresentanza, non possono esserci contemporaneamente sbarramenti e premi di maggioranza, elezioni dirette e voti di fiducia.
Occorre restituire autonomia al consiglio. La sua esistenza non può essere messa nelle mani del presidente.
Occorre ,infine, là dove gli statuti non lo prevedono, inserire norme relative al conflitto di interesse, all’allargamento del concetto di cittadinanza che non può essere fondato solo sullo “ius soli” ,  a politiche dei diritti sociali e civili inclusive, al principio di laicità.
Queste sono alcune idee, certamente non esaustive, per aprire un confronto programmatico con i potenziali alleati di centro-sinistra, che non riduca tutto alla semplice selezione del candidato-presidente.

Nel Lazio 5 biblioteche intitolate a Peppino Impastato

Tra le iniziative dirette, la Regione Lazio prevede ad esempio l’intitolazione a Peppino Impastato di cinque biblioteche civiche, una per ogni provincia, scelte tra le 249 strutture facenti parte dell’Organizzazione Bibliotecaria Regionale; l’iniziativa verrà promossa mediante l’organizzazione di attività dedicate alla memoria e alle battaglie civili dei caduti nella lotta alla mafia attraverso letture, incontri e fornitura di libri dedicati all’argomento. Sempre in ambito bibliotecario, la Regione Lazio ha dato il via al progetto “Biblioteche di Babele – Libri stranieri in biblioteca”, con attività di incontro e la creazione di specifici fondi di libri in lingua al fine di qualificare la biblioteca come una sorta di spazio multiculturale e luogo di accoglienza. Nell’ambito dell’accesso al credito, la Regione in collaborazione con Unionfidi s.p.a. ha creato un fondo pari a 2.500.000 euro, in grado di attivare garanzie per circa 30 milioni di Euro, affinché le aziende possano ottenere finanziamenti e anticipazioni sui contributi pubblici; nel piano regionale, è poi prevista l’attivazione dei consorzi di scopo, che serviranno ad avviare delle collaborazioni tematiche tra le piccole e medie imprese editoriali. La delibera del piano ha poi sanzionato il sostegno e la partecipazione della Regione Lazio sia all’edizione 2009 della fiera della piccola e media editoria “Più Libri Più Liberi” che ad altre manifestazioni nazionali e internazionali di riconosciuto valore promozionale nel settore, nonché l’istituzione della “Giornata regionale della lettura”, un appuntamento annuale da svolgersi nel territorio regionale dedicato alla promozione della lettura e del libro, la cui prima edizione si svolgerà in collaborazione con le librerie indipendenti attive nel Lazio. Possibili destinatari del provvedimento odierno sono anche le scuole, cui è rivolto un bando pubblico incentrato sulla valorizzazione di percorsi formativi extracurriculari ed il sostegno alla conoscenza dei linguaggi della lettura e della scrittura.

1.235.000 euro a sostegno del libro e della lettura

Per la prima volta, la Regione Lazio approva un programma annuale di promozione del libro e della lettura. Ed anche in ambito nazionale è la prima volta che una Regione interviene con un proprio piano istituzionale in questo settore. Oggi la Giunta regionale del Lazio, attraverso il sostegno al credito d’impresa, ai grandi eventi librari, grazie anche ad altri provvedimenti istituzionali inediti per il settore, ha infatti approvato e predisposto iniziative ed interventi concreti, operativi in termini brevi, finalizzati sia ad abbattere le differenze territoriali nell’accesso al libro che a promuovere le piccole e medie imprese editoriali, soggetti essenziali per l’indipendenza, la creatività e il pluralismo del mercato librario”. E’ quanto dichiara, in una nota, l’assessore alla Cultura, Spettacolo e Sport della Regione Lazio, Giulia Rodano, a proposito della delibera approvata stamane in Giunta e concernente il programma annuale dell’anno 2009 della Legge Regionale 16/2008, “Iniziative ed interventi regionali in favore della promozione del libro, della lettura e delle piccole e medie imprese editoriali del Lazio”.La delibera prevede un investimento complessivo di 1.235.000 euro e contiene le modalità sia per la presentazione di progetti ed iniziative a contributo che per l’istituzione della Commissione di valutazione. Nel provvedimento, approvato su proposta dell’assessorato alla Cultura, congiuntamente alla Piccola e Media Impresa e al Bilancio, la Regione interviene sia con iniziative sia “dirette” che “a contributo”.

Regionali: “Giunta ha fatto un buon lavoro, disperderlo sarebbe errore per Lazio e centrosinistra”

“Ritengo che per le elezioni regionali del 2010 sia del tutto immotivato pensare ad una candidatura diversa da quella di Piero Marrazzo. La Giunta da lui guidata e la coalizione di centrosinistra hanno fatto un buon lavoro, realizzando tutto ciò che era possibile in una congiuntura resa molto difficile sia dal debito regionale nella sanità che dalla sopraggiunta crisi economica. E’ un’esperienza di governo cui necessitano altri anni per dispiegare i suoi effetti di cambiamento, di rilancio dei territori della regione e disperderla sarebbe un grave errore, per il centrosinistra e soprattutto per il Lazio”. Lo dichiara in una nota l’assessore alla Cultura, Spettacolo e Sport della Regione Lazio, Giulia Rodano.

Turismo: “Puntare su eccellenze culturali del Lazio”

“Puntare sulle eccellenze culturali è una delle possibilità di rilancio del turismo del Lazio. Nel Lazio il turismo culturale non è ancora cresciuto come dovrebbe e potrebbe: questo è un problema ma anche un’opportunità, perché significa che ci sono margini importanti di crescita, ma affinché le opportunità si traducano in occasioni reali sono necessarie scelte chiare”. Lo ha dichiarato stamane Giulia Rodano, assessore alla Cultura, Spettacolo e Sport della Regione Lazio, intervenendo presso la conferenza regionale del Turismo.
“Tivoli” ha detto l’assessore Rodano “è uno dei luoghi più belli al mondo: eppure, Tivoli, al contrario ad esempio di Spoleto, non ha l’immagine di città d’arte. In questi anni abbiamo dunque cercato di lavorare e di investire sulla valorizzazione delle eccellenze culturali del Lazio. E un esempio è il festival di Villa Adriana, la cui terza edizione inizierà tra poche settimane proprio a Tivoli”.
“Sul rilancio delle eccellenze culturali della Regione” ha detto in conclusione l’assessore regionale alla Cultura “sono stati investiti oltre cento milioni di euro e per completare il lavoro sui grandi attrattori utilizzeremo anche i fondi europei. Ora si tratta da un lato di mettere in relazione le opportunità culturali con l’ospitalità turistica, puntando su qualità dei servizi e costi contenuti, e dall’altro lato di organizzare la filiera in modo che le eccellenze culturali siano una reale risorsa a disposizione del turismo”.

Teatro: preservata continuità e natura dell’esperienza dei teatri di cintura

“Regione Lazio, Provincia di Roma e Comune di Roma hanno approvato oggi il piano di fattibilità sui teatri di cintura nell’assemblea dei soci del Teatro di Roma: si tratta di un grande risultato, che preserva la continuità e la natura stessa di queste importanti esperienze della cintura metropolitana della Capitale”. Lo dichiara in una nota l’assessore alla Cultura, Spettacolo e Sport della Regione Lazio, Giulia Rodano. “Anche grazie allo sforzo finanziario di Regione e Provincia, la gestione dei teatri di Tor Bella Monaca, Ostia Lido e Quarticciolo verrà dunque affidata per tre anni al Teatro di Roma” dichiara Rodano “e ciò scongiura tanto la chiusura di questi spazi quanto una loro privatizzazione: siamo molto soddisfatti, poiché con questa modalità gestionale i teatri di cintura potranno continuare ad esercitare la funzione che le è propria, ovvero luoghi di coesione civile e culturale per aree urbane abitate da centinaia di migliaia di cittadini, che attraverso le associazioni territoriali potranno contribuire anche agli stessi indirizzi dei cartelloni artistici”.

Spettacolo: ”Ripristinare le risorse destinate al Fus”

Questo l’appello lanciato oggi dall’assessore alla Cultura della regione Lazio nel corso dell’incontro pubblico ‘Lo spettacolo deve continuare’ al teatro Argentina di Roma

Roma, 3 dic. – (Adnkronos/Adnkronos Cultura) – Ripristinare, nella finanziaria di fine anno, la quantità di risorse destinata al Fondo Unico per lo Spettacolo dal vivo. Questo l’appello lanciato, questa mattina presso il Teatro Argentina di Roma, dall’assessore alla Cultura della regione Lazio, Giulia Rodano, nel corso dell’incontro pubblico “Lo spettacolo deve continuare”, organizzato dalla regione stessa, e al quale hanno partecipato rappresentanti di istituzioni, enti, organizzazioni che operano nel settore dello spettacolo dal vivo e più in generale della cultura.

“La qualità della vita in una società contemporanea – ha spiegato l’assessore regionale – viene definita da fattori quali sviluppo economico, pari opportunità d’accesso al lavoro e alla formazione, tutela ambientale, e non ultimo lo sviluppo culturale, che non a caso i nostri padri costituenti hanno collocato tra i principi fondamentali della nostra ‘Carta’. La cultura non è un bene superfluo ma fa parte delle prime necessità di un territorio; è un bene comune della collettività che non va lasciato alle dinamiche di mercato, ma deve essere tutelato finanziato e promosso”.

Anche in base a questi principi “dal maggio 2005 – ha sottolineato la Rodano – la regione è stata in prima linea per quello che riguarda la produzione di spettacoli teatrali, concerti, laboratori formativi per l’accesso ai nuovi linguaggi. Perchè la cultura è un elemento fondamentale per l’identità, lo sviluppo, la coesione sociale dei territori del Lazio. Questo lavoro importante – ha concluso l’assessore alla Cultura – rischia oggi di essere fortemente compromesso dal pesante taglio economico al Fus annunciato negli ultimi mesi dal Governo nazionale”.

Un appello, quello lanciato dall’assessore regionale Giulia Rodano nel corso dell’incontro pubblico “Lo spettacolo deve continuare”, condiviso anche dall’assessore alla Cultura del comune di Roma, Umberto Croppi: “Sono d’accordo che ci debba essere un impegno istituzionale congiunto per cercare di risolvere le problematiche del settore culturale, per il quale esiste nel nostro Paese una sostanziale indifferenza. Noi del comune, insieme a provincia e regione, abbiamo dato prova di quanto sia importante ragionare insieme su certe problematiche, al di là degli schieramenti politici”.

Un’iniziativa congiunta “che veda impegnati operatori e istituzioni culturali e che ponga l’accento sulla necessità di mantenere gli investimenti in questo settore è un’azione che può dare i suoi frutti. Quello che è certo è che dobbiamo fare in modo che non sia la cultura a dover pagare la crisi che indubbiamente stiamo attraversando. In passato lo spettacolo dal vivo – ha proseguito Croppi – ha beneficiato di forme di intervento pubblico. Queste possibilità oggi vengono a ridursi. Quello che è certo, però, è che non devono mancare interventi infrastrutturali e di sistema. Su di essi non si deve indietreggiare”.

L’impegno economico degli enti territoriali nel settore dello spettacolo “è sempre stato maggiore – ha sottolineato il presidente di Federculture, Giorgio Van Straten – rispetto a quello profuso dallo Stato. Sia i governi di centro-destra che quelli di centro-sinistra, a parte una parentesi con l’ultimo Governo Prodi, hanno tagliato il Fondo Unico per lo Spettacolo. Per il 2008 e il 2009 la tendenza è la stessa. Si parla spesso di eliminare gli sprechi. Io – ha proseguito Van Straten – sono convinto della necessità che nel nostro settore si facciano delle riforme. Quest’ultime, però, non possono essere fatte senza che ci siano investimenti profondi per la cultura”.

In un momento difficile per il settore della cultura, e dello spettacolo dal vivo più in particolare “devo registrare che c’è una forte unità d’intenti – ha sottolineato il presidente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Bruno Cagli – tra regione Lazio, provincia e comune di Roma. Il nostro patrimonio culturale esiste e dobbiamo difenderlo. Ma dobbiamo anche rilanciare il dialogo con il pubblico. Se Santa Cecilia nell’ultimo anno ha venduto 500mila biglietti è perchè ha un rapporto costante con la gente”.

Esiste certamente “la necessità di razionalizzare le risorse – ha proseguito il presidente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia – perchè se si è passati dai 10-12 conservatori di una volta, ai circa 120 di oggi, molti dei quali in città di provincia e con professori inadeguati, un problema credo che esista. Serve però anche ricostruire un tessuto connettivo. Bisogna, inoltre – ha concluso Cagli – difendere i nostri valori, e per farlo serve riprendere coscienza di quali essi siano”.

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