Sanità: basta con i tagli, occorre riformare il sistema
La situazione della sanità nel Lazio è purtroppo nota da tempo. Ci sono problemi strutturali, determinati in particolar modo dal ruolo di Roma e dall’accentrarsi nella capitale di strutture universitarie, di ricerca, di strutture classificate. Da sempre l’assistenza coincide di fatto con il ricovero, non solo nelle acuzie, ma in tutti i settori, dalla riabilitazione all’assistenza protratta, a quella per gli anziani. A questo, negli ultimi dieci anni si è aggiunta l’emergenza finanziaria: il debito di 10 miliardi di euro, accumulato dalla Giunta Storace; e il disavanzo annuale, che sempre in quegli anni viaggiava attorno a 2 miliardi di euro. Le politiche nazionali hanno continuato e continuano a considerare la sanità soltanto un problema di spesa pubblica e di tagli, con le conseguenti decisioni di blocco del turn over, riduzione delle spese per beni e servizi, aumento dei ticket, blocco degli investimenti, aumento della pressione fiscale. L’ultima manovra del governo Berlusconi si muove ancora tutta in questa direzione. Dal 2005 al 2010, tra difficoltà e sacrifici in ogni settore del bilancio regionale, la Giunta di centrosinistra ha operato in questo quadro, ottenendo risultati significativi. Il debito è stato coperto con un mutuo trentennale, e il disavanzo annuale è diminuito del 9% annuo. Ma a quale prezzo sono stati raggiunti questi obiettivi? Effettuando tagli, riduzioni di posti letto, accrescendo l’imposizione fiscale. E anche le esperienze migliori, più innovative, dalla centrale unica degli acquisti alla fatturazione elettronica, alla riduzione significativa della spesa farmaceutica, alla trasformazione di alcune strutture per acuti in strutture a servizio della assistenza non di ricovero, alla messa in cantiere di nuove strutture in grado di trasformare gli attuali piccoli ospedali senza privare i cittadini del loro spesso unico punto di riferimento sanitario, non sono ancora riusciti a diventare una politica alternativa.
Ora occorrerebbe cambiare. Approfittare dei sacrifici compiuti e dei risultati raggiunti, per cominciare a trasformare strutturalmente il sistema. Gli ultimi decreti commissariali dimostrano invece che non è stata ottenuta – e forse neppure cercata – nessuna ricontrattazione del piano di rientro, tanto annunciata nella lunga campagna elettorale.
In realtà, proseguire – come nei recenti decreti della Polverini – nella strada dei tagli orizzontali, uguali per tutti, su personale, beni e servizi, sulla chiusura troppo spesso casuale di questo o quell’ospedale, sull’imposizione di tetti tutti uguali ai privati accreditati, non ha altra conseguenza che aggravare, oltre il possibile e il necessario, il peso del risanamento sui cittadini, che pagheranno con la riduzione dei servizi, nonché poi sulle strutture migliori, sia pubbliche che private, che meno sono in condizione di sopportare lo stillicidio dei tagli. E alla fine, le conseguenze saranno, ancora una volta, l’aumento delle tasse, come previsto dal decreto scomparso, il N° 49, emanato dalla Polverini. E, come annunciato da quello stesso decreto, l’aumento dei tichet su farmaci, specialistica e riabilitazione, e l’imposizione di quello sul pronto soccorso.
Occorrerebbe avere il coraggio di rifiutare il commissariamento e restituire alla Regione, alla sua Giunta e al Consiglio regionale, la possibilità di agire per riformare il sistema sanitario. Ma ciò che sta accadendo non somiglia affatto a questa necessità. Renata Polverini persevera nell’errore imposto dai ministri Tremonti e Sacconi: fare cassa rapidamente, tagliare in modo indiscriminato chi funziona, e, parole sue, “rimandare i bisogni dei cittadini al 2011”.
Eppure le possibilità oggi ci sarebbero: si potrebbe mettere mano all’accreditamento e alle politiche tariffarie per incentivare la riduzione delle attività di ricovero in favore della presa in carico e dei percorsi assistenziali, e quindi cominciare veramente a spostare risorse umane, materiali, finanziarie a favore del territorio. Si potrebbe approfittare della tanto decantata maggiore flessibilità del privato, per chiedergli di cominciare a cambiare i modi per prestare assistenza. Si potrebbe cominciare a fissare le tariffe in base alla complessità delle strutture e non senza attendersi riduzioni di spesa, come invece afferma il piano di rientro firmato dalla Polverini. Si potrebbe finalmente mettere a punto sistemi di controllo degli scostamenti dall’appropriatezza, come aveva cominciato a fare l’ASP, e su questi costruire un sistema di sanzioni che scoraggino realmente i comportamenti opportunistici. Insomma, approfittare del lavoro svolto, per cominciare a cambiare.






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